
“Non posso e non voglio tacere“. Comincia così il discorso Liliana Segre a Palazzo Madama sul premierato, proposto dal governo Meloni. Nell’Aula un silenzio tombale. Parte così un eloquio fluente che prende lo stomaco, uno schiaffo che decanta la tristezza nel cuore di chi la pensa come lei. Liliana Segre sottolinea che no, ebbene no, non stiamo meglio di quanto si pensi. Uno vorrebbe ma non può. Il messaggio è severissimo. Senza troppi giri di parole sulle riforme costituzionali, Segre ha spiegato che non sono necessarie «prove di forza o sperimentazioni temerarie». E nel disegno del centrodestra intravede due rischi.
Il primo: «L’abnorme lesione della rappresentatività del Parlamento». Tutto questo perché col premio di maggioranza, senza soglie minime, a vantaggio del premier, sarebbero «stravolte al di là di ogni ragionevolezza le scelte del corpo elettorale», con il paradosso che perfino la legge Acerbo voluta da Mussolini nel ‘23 risulterebbe «incostituzionale perché troppo democratica». Il secondo pericolo: le Camere sarebbero ridotte a un organismo «riottoso», generando dunque una stabilità meramente «fittizia».
Il discorso di Liliana Segre contro il premierato di Meloni va dritto al punto. “La proposta governativa è tale da non scongiurare il primo rischio e da esporci con altissima probabilità al secondo – ha sottolineato -. Infatti, l’inedito inserimento in Costituzione della prescrizione di una legge elettorale che deve tassativamente garantire, sempre, mediante un premio, una maggioranza dei seggi a sostegno del capo del governo, fa sì che nessuna legge ordinaria potrà mai prevedere una soglia minima al di sotto della quale il premio non venga assegnato”. La senatrice ha ricordato le due leggi elettorali bocciate dalla Consulta perché “lesive del principio dell’uguaglianza del voto”.
L’intervento di Liliana Segre dura 12 minuti e parte da un concetto: l’inutilità di una riforma della Costituzione in questa direzione. “E dunque, mi chiedo, come è possibile perseverare nell’errore, creando per la terza volta una legge elettorale destinata a produrre quella stessa illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare – ha continuato -. Altro allarme è provocato dal drastico declassamento che la riforma produce a danno del Presidente della Repubblica, che viene privato di alcune fondamentali prerogative e sarebbe fatalmente costretto a guardare dal basso in alto un Presidente del Consiglio forte di una diretta investitura popolare”.
“E la preoccupazione aumenta per il fatto che anche la carica di Presidente della Repubblica può rientrare nel bottino che il partito o la coalizione che vince le elezioni politiche ottiene, in un colpo solo, grazie al premio di maggioranza”.
“Nessun sistema presidenziale o semi-presidenziale consentirebbe una siffatta concentrazione del potere – continua -. Non è dunque possibile ravvisare nella deviazione dal programma elettorale della coalizione di governo – che proponeva il presidenzialismo – un gesto di buona volontà verso una più ampia condivisione. Al contrario, siamo di fronte ad uno stravolgimento ancora più profondo e che ci espone a pericoli ancora maggiori”.
“Non tutto può essere sacrificato in nome dello slogan “scegliete voi il capo del governo” – ha concluso-. Anche le tribù della preistoria avevano un capo, ma solo le democrazie costituzionali hanno separazione dei poteri, controlli e bilanciamenti, cioè gli argini per evitare di ricadere in quelle autocrazie contro le quali tutte le Costituzioni sono nate”.
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