
Oltre alle gravi crisi ed emergenze, che attraversano il pianeta, la società vive una particolare situazione di disagio, che si sta definendo, sempre più, e si manifesta come insicurezza, speculare, potremmo dire, alle crisi del pianeta. La sicurezza è stato, quasi sempre, l’obiettivo preponderante della società contemporanea.
Tuttavia, oggi, l’insicurezza viene vissuta in modo diverso, come una percezione strisciante che avvolge il quotidiano di tutti e che, spesso, mette tra parentesi e allontana le crisi globali. Certamente, l’insicurezza è incontestabile nelle situazioni di conclamato disagio, economico, lavorativo, emotivo-relazionale, situazioni che meritano tutta la nostra attenzione; ma lo è, altrettanto, nelle dinamiche della “normalità”, quelle meno visibili e, paradossalmente, meno decifrabili.
Insicurezze che riguardano tutti, consapevolmente o meno. Sono quelle del cittadino comune che, nella sua quotidianità, assume un atteggiamento di sospetto, di disappunto e di contrasto nell’interazione con il mondo e le persone che vive. Un sentire comune e, spesso, inconfessato. Così, si diffonde la sensazione che ci si debba difendere da tutto e da tutti, nel fare la spesa, nell’interazione con gli uffici pubblici, nell’utilizzo dei mezzi di trasporto, pubblici e privati, nel lavoro, insomma in tutto cio’ che, un tempo, si viveva con normalità.
Molte le cause, alcune semplicemente riconducibili ad una difficoltà di comunicazione o alla difficoltà di intendersi, con il mondo che ci circonda, con i suoi interlocutori, vicini e lontani. Ma molto, ancor piu’, dipende, come percezione, dalla “diluizione” della presenza delle istituzioni nello stare accanto al cittadino, nella sua normalità, nell’aiutarlo ad affrontare le problematicità della vita.
Volendo addentrarci ancora nel retrobottega dell’insicurezza, nello spazio inconfessato, la più subdola delle dinamiche percepite e’ da ricondurre alla corruzione, che normalmente viene considerata come distante, riguardante macrosistemi, istituzionali, politici ed economico-finanziari. In quest’ambito lo è senz’altro. Ma non solo, la corruzione ha anche un profilo “elementare”, di base.
E lo è, soprattutto, nell’enfatizzare proprio quelle dinamiche insicuritarie del quotidiano, contribuendo a disseminare nel tessuto sociale sfiducia e, appunto, insicurezza. Le istituzioni, distratte, lasciano spazio a dinamiche che legittimano irregolarità, furbizie, accaparramenti, ruberie, illegalità, piccole e grandi, che scompaginano il tessuto sociale, proprio nel suo bisogno di fiducia e, dunque, di sicurezza.La società potrebbe dividersi in due parti.
Ci sarebbero, dunque, i soccombenti, coloro che tentano di difendersi, sperimentando ogni giorno, troppo spesso, il fallimento dei loro tentativi, rinunciando o insistendo, ancora. Dall’altra gli opportunisti, che nel retrobottega della propria presunta coscienza, attingono le ragioni per approfittare, patteggiare, accaparrare favori, vantaggi, guadagni, non solo economici, ma anche di occupazione di spazio e visibilità, perché, oggi, tanto pesa di piu’ l’immagine o la posizione che si conquista. Un’immagine foriera di altre “occupazioni”.
In comune, questi ultimi, hanno un solo dato caratteriale, l’ignoranza e la mediocrità. Anche questa categoria, quella degli ignoranti e dei mediocri, può essere bipartita se riferita ai corrotti: quelli che lo sono sempre stati, che approfittano del momento di disorientamento sociale per “farne” ancora di piu’; e quelli che trovano al momento l’opportunità per farsi “accreditare”.
Non è facile, la storia lo ha dimostrato, tanto meno è facile difendersi oggi, in un momento storico dove domina l’ignoranza, ed e’ proprio l’ignoranza una delle principali cause dell’insicurezza. L’ignoranza di chi attiva processi corruttivi e l’ignoranza di chi non sa o non può trovare strumenti per difendersi.
Ma saremmo troppo buoni a criminalizzare in toto l’ignoranza, solo l’ignoranza. Occorrerebbe chiedersi chi dovrebbe correggere e, sicuramente, punire il prodotto di quell’ignoranza, cioè la disseminazione della corruzione. Ma qui la vince l’ignoranza, socraticamente intesa, di chi scrive.
Non ci resta che difendersi.
di Annamaria Rufino
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