
L’imprenditoria musicale, oltre a offrire un servizio, può fungere anche da alternativa sociale? A Caserta sembrano funzionare solo bar e ristoranti. Aprono centri commerciali e McDonald’s come funghi. Le istituzioni fanno fatica a proporre qualcos’altro, promuovendo ad esempio dei luoghi dove i ragazzi possono riunirsi ed entrare in contatto.
Si pone quindi una problematica, ovvero la mancanza di alternative per fini sociali. Spesso però, singoli cittadini privati, decidono di correre il rischio di dedicare luoghi e spazi alla musica vera e propria. Luoghi che si occupano di discipline artistiche, dei veri e propri templi dove la musica è messa al centro. Una scelta imprenditoriale rischiosa ma indispensabile.
Abbiamo quindi parlato con un giovane imprenditore casertano attento a queste tematiche: Ivan “Benzyh”Alfio Sgroi con il suo studio di registrazione aperto a Caserta, Don’t Stop Studio, vuole avviare un processo di alternativa sociale.
Tecnico del suono e stimato protagonista della scena hip hop a Caserta, Ivan è riuscito a resistere alla lentezza della macchina burocratica quando si tratta di avviare un’attività del genere e sta provando a portare la sua idea imprenditoriale ad un livello successivo. Una sfida che vuol significare che anche la musica può generare business e non solo…
Oggi è una scommessa aprire uno studio di registrazione, uno spazio dove i ragazzi possano lavorare con la musica e poter creare qualcosa. In una città, poi, come Caserta oramai sommersa da bar, ristoranti e centri commerciali. È stata una scelta imprenditoriale rischiosa?
«È stata una scelta rischiosa perché nell’aprire un’attività c’è sempre margine di rischio. Non è infatti un’attività usuale da queste parti, non sai mai quanto può venire sfruttato questo servizio. Il vantaggio principale però riguarda proprio l’opportunità che voglio offrire ai ragazzi. Devo dirti che c’è bisogno anche di essere pazienti: a livello sociale penso sia difficile rapportarsi con le persone perché c’è difficoltà di comunicazione. Nell’ambito musicale, ho notato una mancanza di linguaggio tecnico. Ma lavoriamo anche su questo, ovvero sui punti di contatto tra noi tecnici del suono e i clienti per ottenere un prodotto che soddisfi entrambe le parti».
Con quali difficoltà ti sei confrontato per portare a termine e quindi aprire questo luogo?
«C’è un problema di funzionamento della burocrazia. Sembra un discorso ridondante, ma è la verità. Gli enti che si dovrebbero occupare di questo, alla fine, ti lasciano davvero in un limbo dove ti scoraggi sempre più. Ho avuto proprio l’esperienza di resistere in un vortice di immobilità che ti uccide. Gli enti preposti sembrano non interagire tra loro, quindi è come se tu stessi praticamente lavorando per loro».
Come avviene il percorso e il processo di gestione del prodotto finale, che sia un album, il singolo brano oppure un progetto artistico?
«Sotto questo aspetto, la modalità di lavoro può essere varia. Questo perché le personalità degli artisti sono varie. Dal mio lato, oltre alle competenze, ci deve essere comprensione per fare in modo di amplificare le idee degli artisti. Il mio intento è quello di dare input che possono servire alla realizzazione del progetto artistico. Anche in questo, ci vuole un punto di contatto. Se non di comunicazione verbale, almeno di comunicazione musicale».
Spesso ti trovi a lavorare con ragazzi che magari non hanno coscienza del tuo lavoro. Soprattutto, nello specifico del genere rap. Ma che differenza vedi tra le produzioni del passato e quelle attuali?
«Prima gli artisti venivano in studio già preparati. Oggi i ragazzi vengono con l’idea di costruire da zero. Questo mi costringe a mettere dei paletti che si riflettono sulle tempistiche. A meno che non acchiappi quel freestyler che con spontaneità ti costruisce da zero un qualcosa di valore».
Che importanza hanno spazi come questo soprattutto per i giovani del territorio?
«Molti ragazzi affermano che non vogliono sempre spendere tempo e soldi in attività fine a sé stesse. Quindi, questo posto funge anche da amplificatore sociale e da spazio dove si creano punti di contatto tra i ragazzi. Una cosa che oggi si è persa. Poi ricordiamoci che qui si mettono a disposizione servizi professionali di mixaggio e registrazione. Nella sala d’accoglienza dello studio, c’è un muro dove faccio lasciare il nome disegnato dei ragazzi che vengono qui. Io vorrei che questi ragazzi e artisti zona si unissero collaborando in nuove formule di sperimentazione anche da un punto di vista musicale. Questo perché sto notando che il mercato discografico si sta appiattendo o sta tornando con operazioni nostalgiche. Oggi c’è bisogno di fare uno switch successivo».
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