
Passeggiando per le strade di Buenos Aires o di Cordoba, chiunque sia nato e cresciuto nel napoletano si rende presto conto di essere in grado di riconoscere gli echi della sua cultura. La lingua, la gastronomia, le abitudini raccontano storie di migrazioni partite dai porti di Napoli e di Genova e giunte alla foce del fiume Paraná. Nell’arco degli ultimi cento anni, le comunità italiana e napoletana si sono inserite nel tessuto culturale argentino, interagendo con i popoli originari e gli altri migranti in una misura tale che risulta ancora oggi facile riconoscerne l’apporto. Attraverso una serie di racconti, ci proponiamo di ripercorrere queste storie.
Ogni italiano che si trovi ad andare in Argentina trova curioso il modo in cui i locali lo chiameranno: tano o tana. Si tratta di un apodo nato a fine Ottocento, quando la maggior parte degli italiani che arrivavano negli uffici migratori argentini provenivano da Napoli. Alla domanda “De donde sos?” rispondevano semplicemente “Napulitano”, sovrapponendo indelebilmente le due identità nell’immaginario collettivo.
Allo stesso modo, nell’ambito artistico e culturale, Napoli e le metropoli argentine alimentano a vicenda i propri immaginari, riconoscendosi simili e differenti allo stesso tempo. Artisti, creativi e fotografi dei due punti dell’Atlantico trovano nel proprio opposto uno spunto di dialogo che dà vita a progetti molto interessanti che si basano anche sulla condivisione dei simboli. Due esempi. Da un lato, Alessandro Tione, napoletano, ha creato un archivio di iconografia maradoniana dal nome Religione Monoteista. Ha passato gli ultimi mesi del 2024 a Buenos Aires (viaggiando anche per il resto del paese) per indagare sulle differenze nella rappresentazione del calciatore Diego Armando Maradona tra Napoli e il suo paese d’origine. Un viaggio simile – in direzione opposta – era già stato compiuto da Agustín Reano, giornalista e fotografo argentino, nel 2022. Il suo intento era immortalare i festeggiamenti della vittoria dell’Argentina ai Mondiali in Qatar, momento in cui circa 500 argentini trasferiti in Italia avevano deciso Napoli come luogo in cui celebrare il successo, in onore della connessione che Maradona ha creato a livello calcistico.
Parlando con gli argentini, ci si accorge che è proprio Maradona il primo nome a venire in mente. Se infatti Buenos Aires è la sua città d’origine, Napoli è invece la sua casa. Ma la connessione culturale non si limita al tifo. Anche la lingua di Buenos Aires, il lunfardo, è contaminata da prestiti italiani come “gamba” e “birra”, proprio grazie agli influssi linguistici e culturali degli emigrati italiani.
Parte della cultura “porteña”, ossia propria di Buenos Aires, è legata alle ricette della cucina italiana che sono emigrate con gli italiani a partire dal XIX secolo. Tra questi, la pizza è quella che ha conquistato la capitale. Buenos Aires è famosa per la propria versione della pizza, la pizza porteña, importata proprio dagli emigranti napoletani. Secondo la leggenda, fu il napoletano Nicola Vaccarezza a preparare la margherita nel suo forno per il pane alla fine dell’Ottocento. Oggi, le pizzerie qui propongono gusti tradizionali, come la muzzarella (margherita), la canchera (marinara) e la fugazzeta, una focaccia alta con cipolla e formaggio arrivata con gli emigrati genovesi. La pizza argentina, che deve necessariamente essere abbondante di formaggio, unisce i sapori italiani allo stile argentino, ricordando un po’ di Napoli in America Latina.
Ad unire Napoli e Buenos Aires, più del calcio, della lingua e della cucina, è la nostalgia. Gli argentini, come i napoletani, sono il prodotto di influenze provenienti da tutto il mondo, ma riservano un’attenzione speciale alle proprie origini, anche quando queste sono lontane. Le due città sono facce della stessa medaglia: mangiare insieme, festeggiare insieme, parlare la stessa lingua. L’importanza della comunità è un aspetto imprescindibile della propria identità, per i napoletani come per gli argentini.
di Giovanna Di Pietro e Sara Marseglia
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