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Lingua e integrazione: una via di accesso per comprendere il mondo

Angela Di Micco
Angela Di MiccoRedazione Informare
8 novembre 20238 min di lettura

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Lingua e integrazione: una via di accesso per comprendere il mondo

Indice (7)

  • 1Lingua e integrazione, il punto di vista del Prof. Ciro Pizzo
  • 2“La nostra lingua è il nostro mondo”
  • 3Lingua e identità culturale
  • 4Contaminazione linguistica
  • 5“La lingua inglese è diventata la lingua di maggiore utilizzo”
  • 6Black English, una lingua ponte
  • 7Integrazione linguistica europea

Si parla di lingua e integrazione con il Professore Ciro Pizzo dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Lingua e integrazione sono al centro dell’attenzione nel discorso dei grandi flussi migratori degli ultimi anni. Il linguaggio è una delle varie forme di comunicazione e la lingua che ognuno utilizza fa sì che venga compreso dai suoi simili.

Una stima di Ethnologue (2022) vede in uso oggi più di 7000 lingue. Il numero però è in costante cambiamento sia perché ogni giorno impariamo qualcosa di nuovo sulle lingue del mondo ma soprattutto perché queste sono in continua trasformazione.

Lingua e integrazione, il punto di vista del Prof. Ciro Pizzo

La lingua infatti è dinamica, viva, si adatta ai continui mutamenti della comunità che la usa e al contesto nel quale viene parlata. Ma se è vero che stiamo assistendo ad un impoverimento lessicale, è altrettanto vero che viviamo in un contesto globalizzato e immerso in un continuo moto migratorio. Il Professore Ciro Pizzo, sociologo e ricercatore presso l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa pone l’accento sulla possibilità di considerare i migranti come esportatori della propria lingua nel mondo.

«Nel mondo delle migrazioni il francese, l’inglese e le lingue ispaniche sono considerate vettori e facilitatori di inserimento. Se però prendiamo in considerazione i grandi flussi migratori verso l’Italia, la lingua più utilizzata, anche per gli scambi con gli intermediari, è l’inglese, un inglese cui va però aggiunto anche tutto il bagaglio delle lingue di origine e i dialetti. Vero è che con la globalizzazione, la musica, le tecnologie abbiamo avuto una esplosione degli anglicismi, cosa che ha portato a una colonizzazione del nostro linguaggio quotidiano così come è accaduto attraverso i documenti ufficiali degli Enti internazionali e ormai anche per le istituzioni nazionali.

“La nostra lingua è il nostro mondo”

«Sicuramente però quando si utilizza la propria lingua si tenta di restituire la propria esperienza personale. La lingua, infatti, è l’unico vettore per esprimere ciò che siamo e pensiamo. La nostra lingua è il nostro mondo e la nostra casa e questi non sono che traduzioni linguistiche della nostra esperienza di vita. Questo ci porta a confondere la nostra lingua, cioè il nostro mondo, con il mondo in generale, con il mondo ordinario, cioè quello di tutti.

Nel discorso migratorio si crea un miscuglio linguistico e a mio avviso i paesi di accoglienza dovrebbero superare un pregiudizio storico nei confronti di chi arriva, che arriva sempre con il proprio mondo, anche linguistico. Se non si è disposti ad un discorso paritario con gli altri, il primo elemento che si mette in campo è proprio la differenza della lingua, la distinzione passa attraverso la padronanza della lingua “ufficiale”, “alta”».

Lingua e identità culturale

Il migrante quindi per essere accettato deve necessariamente imparare la lingua del paese ospitante, anche se questa resta comunque l’espressione della propria identità culturale e dovrà essere tale, se vuole partecipare alla vita del Paese di arrivo.

«Sono da prendere in considerazioni due strade: cercare di acquisire la lingua del paese di arrivo ma mantenendo intatta la volontà di conservare quella di origine. Ciò accade in comunità fortemente strutturate, ad alta identità culturale, potremmo dire, come la comunità cinese. Queste infatti tendono ad inserirsi, nei paesi ospitanti, in un contesto già strutturato, omogeneo dal punto di vista culturale, senza disperdersi sul territorio. In questo modo queste comunità sono in grado di mantenere la propria identità e tradizione, tanto che, in un passato neanche troppo lontano, le famiglie cinesi mandavano i loro figli in Cina, durante l’anno scolastico in corso nel Paese ospitante, per non far perdere l’educazione tradizionale. Diversamente invece, ed è la seconda strada, si continuano a mantenere le relazioni con l’a comunità ospitante, conservando la propria lingua e cultura come tratto identitario, cercando di tenere attivo un proprio progetto di vita».

Contaminazione linguistica

Non dimentichiamo che, quando ci si trova in un paese ospitante, spesso si vive come obbligo e potenzialmente come snaturamento, il dover imparare quella lingua. Quindi è un progetto sempre faticoso.

«Riprendendo una metafora di Kader Abdolah, dobbiamo considerare i migranti che entrano in Europa come delle bottiglie piene di contenuti della cultura di origine, anche se si vorrebbe che fossero bottiglie vuote, per evitare il problema dell’adattamento delle persone al contesto culturale di arrivo».

Assistiamo oggi sempre più a quella contaminazione linguistica tipica delle migrazioni anche in Italia, dove termini di uso comune e della sfera quotidiana vengono presi in prestito da altre lingue. La circolazione di parole che hanno a che fare con gli stili di vita, i gusti musicali, gli oggetti specifici del quotidiano delle singole culture, il cibo, ecc. fa sì che ci si appropri dei termini dei paesi di arrivo, perché sono quelli che aiutano a relazionarsi e sopravvivere nel contesto quotidiano.

“La lingua inglese è diventata la lingua di maggiore utilizzo”

«L’elemento cruciale è la distinzione tra la necessità del migrante di imparare la lingua italiana quotidiana e la lingua dei formalismi burocratici. Oggi l’inglese è diventata la lingua di maggiore utilizzo, che ha portato ad una curvatura della sinteticità della grammatica facendoci disabituare alla costruzione tipica della lingua italiana. Si tratta di una colonizzazione della grammatica e della sintassi piuttosto che del lessico. Nell’attuale contesto sociale, dove i fenomeni migratori sono molto diffusi, la maggiore presenza di persone straniere, portatori di una struttura linguistica diversa, influenzano le regole grammaticali delle lingue parlate nei paesi di destinazione, ma in questo svolgono una funzione importante anche i social e tutto il mondo della comunicazione multimediale».

Molto spesso, poi, i giovani stranieri si trovano a parlare la lingua del paese ospitante nelle scuole, mentre a casa quella di origine dando vita a termini e costruzioni grammaticalmente scorretti.

«Nascono così nuovi dialetti, e possiamo definirli così, il che è dovuto, in questo caso, proprio alla presenza di immigrati di seconda generazione. Le lingue parlate nei diversi paesi europei hanno strutture grammaticali complesse, come l’italiano ed il tedesco per esempio. Per chi proviene da contesti linguistici che privilegiano i suoni, come quelli di cultura anglofona, soprattutto se adulto, sarà sicuramente più difficile imparare a parlare correttamente la lingua del paese ospitante. Per i figli, invece, pur essendo facilitati in quanto giovani e quindi maggiormente recettivi, non parleranno comunque la lingua standard ma ne parleranno una con diverse variazioni».

Black English, una lingua ponte

Un esempio può essere il “Black English”, l’inglese parlato dagli afroamericani negli Stati Uniti dove vengono riscontrate, da chi sta imparando una lingua, forme verbali irregolari. Ma c’è anche l’esempio del tedesco parlato dalla comunità turca in Germania. Per questo motivo si cerca di utilizzare l’inglese quale lingua ponte, lingua franca, perché il non riuscire a farsi comprendere, o riuscire a capire l’interlocutore, potrebbe essere motivo di mancata integrazione.

E lo stesso discorso possiamo ripeterlo per i giovani italiani sempre più proiettati in ottica quantomeno europea o globale. Così imparano l’inglese internazionale per lo studio, le vacanze, le occasioni di divertimento…

«Quando ci troviamo, invece, di fronte ad un linguaggio burocratico, per esempio del servizio pubblico, l’ostacolo diventa maggiore. Se nel quotidiano si ha una possibilità di comprensione anche grazie ai gesti, ciò è più difficile in un contesto burocratico e formale. Non immaginiamo di poter compilare un modulo facendoci capire con dei gesti. Si tratta quindi di lavorare, per le Istituzioni, pensando come un dovere il farsi comprendere, e molto spesso è un problema che, se è particolarmente accentuato per i nuovi arrivati, gli stranieri, si rivela spesso un ostacolo enorme anche gli stessi cittadini del Paese ospitante.

Un modulo di un Ufficio pubblico o, per esempio, le indicazioni dei farmaci, per fare l’esempio più classico, possono rappresentare un serio problema per chi vuole capire che cosa fare. Le scelte, dal punto di vista politico, vanno tra l’integrazione, demandando al migrante l’impegno di modificare sé stesso per essere uguale agli altri, da una parte, e l’inclusione, dall’altra, dove è il Paese ospitante che dovrà modificare il proprio spazio sociale in modo da garantire a chiunque la partecipazione alla pari alla vita sociale, modificando il contesto rendendolo il più accessibile possibile».

Integrazione linguistica europea

Quando parliamo di integrazione linguistica europea, la lingua istituzionale è quella inglese anche se con la Brexit la Gran Bretagna non fa più parte dell’UE. Ed è oggi la lingua di riferimento per tutte le istituzioni nazionali ma anche di chi vuole partecipare a un qualunque progetto europeo, per esempio l’Erasmus nelle sue varie declinazioni.

«L’integrazione linguistica è un processo lungo e complesso e di certo le nuove generazioni si abitueranno a familiarizzare con l’inglese internazionale, quella versione “franca” che si utilizza da parte dei no anglofoni per comunicare a livello internazionale, senza comunque perdere la propria lingua, espressione dell’identità nazionale e particolare. Quindi anche se saremo proiettati verso l’utilizzo di una lingua franca, abbiamo sempre bisogno della nostra lingua che ci permette di restituire il nostro mondo a portata di mano, perché le lingue “franche” e quelle nazionali scontano sempre l’esigenza di astrazione dai localismi, ma sono proprio questi a rendere meglio l’esperienza dei piccoli gruppi, dei gruppi locali.

Forse saranno le lingue nazionali a vivere una compressione tra le spinte opposte delle lingue “locali” (intendendo per locali anche le lingue di vaste aree geografiche, come il napoletano, per esempio) e la lingua “internazionale” (quell’inglese che spingerà soprattutto per una semplificazione grammaticale e sintattica)».

Tags
  • #Integrazione
  • #lingua
  • #professor ciro pizzo
Angela Di Micco
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