
Dietro la maschera, l’uomo. Settantadue anni, cinquanta di carriera musicale alle spalle. Lino Vairetti e gli Osanna raggiungono una tappa importante e la celebrano con tre uscite straordinarie: il libro “L’Uomo: Sulle Note di un Veliero”, il DVD del rockumentary “Osannaples” e un nuovo LP – in stile anni ’70 – “Il Diedro del Mediterraneo”. Sedersi di fronte ad una leggenda del rock progressive mondiale è un’emozione che ti fa squagliare il cuore così come la loro musica ti faceva squagliare le orecchie. L’energia di Lino è strabordante, la sua voglia di fare sempre cose nuove è di grande ispirazione.
«Deborah Farina è una regista di rockumentary. Ha realizzato tempo fa un documentario su Fernando de Leo, il regista di Milano Calibro 9, il film cult di cui noi facemmo la colonna sonora con Luis Bacalov. In quel frangente si è innamorata di noi e ha voluto studiarci. Ha vissuto mesi nel mio archivio e così è nato Osannaples. Deborah sapeva cose di noi che nemmeno io ricordavo».
«Fondamentalmente noi siamo stati al centro della controcultura napoletana degli anni ’70. Sono stato un figlio dei fiori; nel dopoguerra i giovani avevano avviato un processo ribaltamento dei valori tradizionali. Si propagava come un virus, in parallelo con la musica. Noi non avevamo un diretto contatto con gli inglesi e gli americani. Ma magari qualcuno faceva un viaggio lì e poi al ritorno portava qualche novità. E tutti avevano voglia di rinnovarsi. Pensa che prima dei Beatles e dei Rolling Stones c’erano i solisti con i gruppi di accompagnamento; mentre l’idea di formare una band, cioè di dare un nome ad un’entità di gruppo è nata proprio grazie a questo movimento. Una rivoluzione, perché c’era la voglia di stare insieme. Poi, anche nella musica, una parte del movimento è stata politicizzata e questo ha creato la rottura che ha portato ai moti del ’68. Lotte politiche, comunisti contro fascisti e chi aveva una certa sensibilità portava queste lotte nella propria musica. Noi avevamo qualcosa da dire e lo abbiamo fatto da subito, con il nostro primo album».
«Sicuramente aver fatto “L’Uomo”, il disco d’esordio. Era un concept album, ciò significa che rifiutavamo la formula tradizionale della canzone di 3 minuti ed un brano poteva durare 5 secondi come 20 minuti. Durante il nostro primo concerto fuori dalla scena napoletana alle Terme di Caracalla successe l’impensabile. Danilo Rustici, il nostro hendrixiano chitarrista e segretario regionale del partito marxista-leninista, intonò l’inno bandiera rossa con la sua chitarra distorta e 40.000 pugni si innalzarono davanti a noi. Elio D’Anna, il fiatista del gruppo -più di destra!- dinanzi a questa immagine dovette ricredersi: fu lui a suggerire di includere l’inno nel nostro primo disco! Quegli anni sono irripetibili. Quella musica ci appartiene perché per noi era spontanea, la sentivamo nella pelle e nelle ossa. Noi -con la PFM, gli Area e gli altri- l’abbiamo inventata, mescolando al rock, la classica, il sinfonico, il jazz, il blues; tanti giovani oggi ci scimmiottano e sbagliano. Devono fare cose loro. La trap, il rap, vanno bene, ma devono avere qualcosa da dire».
«Il mio caro amico, che da poco ci ha lasciato, Danilo Rustici. Non era tecnico come il fratello Corrado, ma era geniale. Il suono della sua chitarra unico. Ho suonato con Carl Palmer, il batterista degli ELP, ma non mi ha emozionato come era capace di fare Danilo. Abbiamo fondato il gruppo insieme, all’inizio la nostra base era la casa di mia mamma. Era una sarta ed è stata lei a preparaci i nostri vestiti di scena; i famosi sai, un riferimento al teatro d’avanguardia. Sul palco volevamo spettacolarizzare la musica. Io, allievo di scultura all’Accademia, e il batterista Massimo Guarino, studente d’arte, decidemmo di dipingerci le facce ispirati da Picasso».
«All’inizio della nostra carriera fu Renzo Arbore a lanciarci, che ci definì pulcinella rock. Noi rimanemmo basiti, perché all’inizio c’era appunto quel desiderio di rifiutare il nostro territorio, ma questa definizione ci portò ad elaborare una riflessione. Nacque così l’opera rock “Palepoli”, dove per la prima volta usammo il napoletano, anche se, citando De Filippo, cantiamo “fuje ‘a chistu paese”. Poi a mano a mano ci rendemmo conto della storia millenaria di Napoli e iniziammo a studiare la cultura e le tradizioni popolari. “Suddance” è l’LP dedicato all’emarginazione in cui ci riappropriamo della nostra terra».
«Voglio farlo qui a Castel Volturno. Vivo qui da quattro anni e voglio fare qualcosa per questo territorio. Negli anni ho portato ad Afragola i più importanti musicisti della scena prog mondiale. Mi sembra qualcosa di bello che possiamo fare insieme».
di Francesco Cimmino
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 216
APRILE 2021
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