
A partire dal 2026, l’Irlanda renderà permanente il programma di “Basic Income for the Arts”: una misura di reddito di base pensata per sostenere chi lavora nel settore creativo.
Dopo un triennio sperimentale, il ministro della cultura irlandese Patrick O’Donovan ha confermato la volontà di rendere permanente la misura e anzi, di volerla incrementare. Nato nel 2022, il BIA, ha come obiettivo garantire stabilità economica a chi genera valore culturale, in un settore in cui il lavoro è spesso discontinuo e precario. La misura prevede un contributo settimanale di 325 euro da destinare a 2200 artisti. Durante il progetto pilota, 2.000 beneficiari hanno ricevuto la sovvenzione e un gruppo di controllo parallelo ha permesso di analizzare gli effetti della misura. Un rapporto indipendente elaborato dal centro studi britannico Alma Economics ha stimato che il progetto pilota, costato circa 72 milioni di euro, abbia generato benefici complessivi per l’economia nazionale pari a 80 milioni.
Questo tipo di politica assume un significato ancora più profondo se messo a confronto con la situazione italiana.
Dietro ai grandi numeri della ripresa post-pandemica nel settore dello spettacolo si nasconde una grandissima fragilità strutturale: club, teatri e spazi culturali indipendenti, che costituiscono la vera ossatura del settore, fanno fatica a sopravvivere. Mentre in Irlanda il reddito di base diventa un pilastro di welfare culturale, in Italia la sopravvivenza dei lavori creativi dipende ancora, e quasi unicamente, dalla passione personale degli artisti. Gli artisti italiani continuano a essere professionisti senza tutele, soggetti a precarietà finanziaria e spesso costretti a lavorare in altri settori per finanziare la propria arte.
Il caso irlandese dimostra che investire nella cultura non è un atto simbolico, ma una scelta economica e di politica concreta. In un mondo in cui, secondo il World Economic Forum, oltre 83 milioni di posti di lavoro spariranno entro il 2030 a causa dell’automazione e dell’intelligenza artificiale la valorizzazione della creatività umana diventa imprescindibile. Eppure, in Italia, mancano ancora politiche di welfare culturale strutturate, manca una visione a lungo termine che consideri la cultura come reale infrastruttura economica capace di generare valore economico e sociale.
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