
Ammalarsi a Napoli rischia di diventare un lusso. Qui, infatti, il costo di una cura spesso pesa più della malattia stessa. Un quadro che evidenzia un divario strutturale rispetto a tante altre regioni italiane, nelle quali il sistema pubblico dà prova di resistere ancora. Del resto, le profonde disuguaglianze che in tema di assistenza sanitaria squarciano il Paese tra le regioni del Nord e quelle del Sud sono ormai note, e chiamano in causa le diverse e disomogenee opportunità di cura per i cittadini italiani, che si fondano sul loro luogo di residenza. Divergenze che trovano un effettivo riscontro nelle ingiuste assegnazioni di risorse per ogni individuo – che richiamano inevitabilmente fattori come la quota pro capite oppure, ancora, le varie dotazioni strumentali, strutturali e di personale – ma soprattutto nei costi di cura – che rilevano alcuni dati che emergevano già anche nel periodo pre-Covid, e non solo a Napoli.
Stando a quanto registrato dall’Agenas – acronimo di Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali – c’è un numero che parla più di qualsiasi altra analisi: una giornata di degenza al Sud può arrivare a costare oltre 1.300 euro – se si volge lo sguardo all’ospedale Vanvitelli di Napoli – a dispetto dei soli 374 euro del Papa Giovanni XXIII di Bergamo. E non si tratta di una semplice distanza sulla cartina geografica, ma piuttosto di una crepa profonda che spacca l’Italia in due.
Ma analizziamo nel dettaglio la classifica pubblicata dall’Agenas. Tra le varie strutture universitarie, al primo posto troneggia proprio l’Azienda ospedaliera Universitaria partenopea. Si piazza immediatamente dopo il Giaccone di Palermo – con i suoi 881,6 euro – al quale poi seguono il G. Martino di Messina – 735,8 euro – e il R. Dulbecco di Catanzaro – 727,8 euro. Ancora, sempre al di sopra della soglia dei 650 euro si classificano altre due strutture campane e una toscana: abbiamo l’azienda universitaria Federico II di Napoli – 669,5 euro – succeduta dal Careggi di Firenze – 658,6 euro – e dal Ruggi d’Aragona di Salerno – 657 euro.
Proseguendo con l’analisi delle statistiche, si segnalano immediatamente sotto la soglia dei 600 euro il Sant’Andrea di Roma e il Riuniti di Foggia. Verso il fondo della graduatoria, si incontrano il San Matteo di Pavia – 433,3 euro – gli Spedali Civili di Brescia – 427,8 euro – il Brotzu di Cagliari – 423,1 euro – e il Tor Vergata di Roma con 385,4 euro tra gli universitari.
Accanto a questi dati, è facile riscontrare un’altrettanto vasta eterogeneità anche a proposito delle strutture ospedaliere non universitarie. Tra queste, in cima alla classifica si piazza l’ospedale di Cosenza – che rileva un costo di cura medio pari a 827,6 euro. Seguono, inoltre, il Papardo di Messina – 728,7 euro – e il Civico Benfratelli di Palermo – 728,1 euro. Ancora, sempre in fascia alta spicca anche il San Pio di Benevento – 721 euro.
I Colli di Napoli – 689,9 euro – e il Garibaldi di Catania – 683,7 euro – si inseriscono, invece, a metà. A quota 622,2 si piazza, inoltre, un altro ospedale napoletano, ossia il Cardarelli. Strutture come il Cannizzaro di Catania – 583 euro – il Mauriziano di Torino – 580,7 euro – i Brotzu di Cagliari – 579,2 euro – e gli Spedali Civili di Brescia – 564,3 euro – registrano valori più bassi, sino poi ad arrivare al Moscati di Avellino – 431,1 euro.
Alla luce di simili dati, è naturale chiedersi quali siano le radici di una disparità così netta. Una simile indagine non può certo prescindere dalla parola “appropriatezza“, con la quale si indica l’insieme di tutti quei comportamenti che gli operatori sanitari dovrebbero assumere con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria utilizzando al meglio le risorse disponibili nel momento giusto, impiegando il minor tempo possibile e mirando alla maggiore qualità raggiungibile. Tuttavia, in un simile contesto si rivelano cruciali i nodi irrisolti che affliggono la sanità del Mezzogiorno d’Italia da tempi immemori, e che adesso vengono al pettine. Del resto, le lacune strutturali, strumentali e soprattutto di personale rappresentano le storiche piaghe dell’assistenza sanitaria meridionale, rallentando le procedure soprattutto nelle aree dell’acuzie e dell’emergenza e urgenza.
Ancora, i tempi dettati dalla presenza di personale tecnico e specialistico – i cosiddetti “tempi macchina” – sortiscono un impatto notevole su un ricovero. Esaminando poi, con maggiore attenzione, il caso della regione Campania, qui, dopo circa 20 anni trascorsi in piano di rientro e di tagli a fronte di vincoli e paletti insormontabili, oltre che alla luce dell’evidente carenza di specialisti da reclutare nell’ambito dei concorsi, può contare su una dotazione di personale sanitario – pubblico e privato accreditato compresi gli amministrativi – che è equivalente a quasi la metà di quello dell’Emilia Romagna e un terzo in meno del Veneto. Insomma, la più bassa dell’intero Paese.
“Costi così alti non significano qualità, ma inefficienza, segno di un sistema che spreca risorse mentre affronta carenze di personale, reparti disorganizzati e percorsi lenti come macchine inceppate”, ha tuonato il deputato Davide Faraone, alla luce dei costi certificati dall’Agenas. Dopotutto, una sanità che non vanta la presenza di standard omogenei né tantomeno una regia nazionale, rischia di trasformare ogni euro in un’occasione perduta.
“Tuttavia, a livello nazionale riteniamo che la causa principale sia una governance parziale che esclude i medici e, soprattutto per le università, la loro organizzazione non è confacente all’attuale richiesta e necessità del Ssn”, ha aggiunto il segretario del maggiore sindacato dei medici ospedalieri – l’Anaao Assomed – Pierino Di Silverio. Per questo, sarebbe imprescindibile “una revisione profonda anche della metodologia di calcolo dei costi di cura”. Ancora, “emerge la necessità di creare e omogeneizzare standard di personale e di costi sul territorio, tenendo presente che la governance delle aziende senza l’intervento diretto dei medici rende di meno e costa di più”, ha concluso Di Silverio. Insomma, mentre nelle sale di Palazzo Chigi regna sovrano un assoluto silenzio, che il sistema reale stia crollando è ormai un dato di fatto, e l’allarme rosso non è più rinviabile.
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