
Ciascuno di noi ha immediata prontezza di cosa sia la tortura. Volendola definire, potremmo dire che è tale la coercizione fisica o morale allo scopo di estorcere confessioni o dichiarazioni.
Sebbene possa sembrare paradossale, in uno Stato Costituzionale di diritto come il nostro, fino a ieri, non esisteva una legge che la vietasse espressamente. Solo nel 2017, infatti, il sistema ordinamentale italiano ha visto l’introduzione dl’aer 613 bis cp che configura espressamente il reato di tortura.
E nel frattempo? La perdurante inadempienza del legislatore ha manifestato i suoi più drammatici risvolti ogniqualvolta si è tradotta nella sostanziale impunità di chi si è macchiato di comportamenti riconducibili alla tortura. Lo spettro di essa è aleggiato anche sulle morti di Federico Aldrovandi e Giuseppe Uva, ma i loro processi, in mancanza di una norma penale ad hoc, non hanno dedicato alla circostanza adeguata attenzione. Probabilmente anche la vicenda di Stefano Cucchi sembra integrare la fattispecie ma nel corso del processo gli imputati sono stati chiamati a rispondere solo dell’accusa di omicidio preterintenzionale.
L’estremo ritardo del legislatore italiano risulta ancora più assurdo se si tiene conto della storia di tale pratica. Le sue origini sono lontanissime. Le prime testimonianze risalgono all’antico Egitto. In seguito con i Greci, prima, e con i Romani, poi, la tortura fu “istituzionalizzata”, divenendo un vero e proprio strumento giudiziario, dal momento che la confessione era necessaria nel diritto romano per formulare una condanna per la maggior parte dei reati. Nel Medioevo la tortura raggiunse il suo massimo utilizzo con la Santa Inquisizione.
Con l’Illuminismo , finalmente( e quindi già alla fine del XVIII secolo) la pratica iniziò ad essere messa al bando da tutti i più grandi pensatori del periodo. Nonostante spesso venga sottovalutato, colui che tra i primi condannò apertamente tali trattamenti degradanti fu proprio un italiano, Cesare Beccaria, autore del trattato Dei delitti e delle pene. I pensieri del Beccaria, però, non furono presi in considerazione dai legislatori degli stati italici ai tempi. Fu la Prussia a capirne l’estrema rilevanza e ad introdurre il reato di tortura già nel 1740.
Ora, può essere comprensibile che ai tempi l’Italia, frammentata in decine di staterelli, non fosse pronta ad una tale innovazione. Ammettiamo anche che non lo fosse, per svariate altre ragioni, neanche nel corso dei due secoli successivi. Ma che non abbia provveduto dopo la seconda Guerra Mondiale, quando da ogni dove proliferavano Convenzioni internazionali che la bandivano, è assolutamente imperdonabile.
Il primo grande processo che potrebbe concludersi con una condanna per tortura è quello per le violenze avvenute il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Tale processo vede alla sbarra ben 105 imputati tra agenti penitenziari, funzionari del Dap e medici dell’Asl di Caserta. La questione, per numeri e per la gravità dei fatti commessi, si prospetta come un maxiprocesso che potremmo definire storico.
L’auspicio non può che essere quello che giustizia sia fatta e che l’Italia abbandoni per sempre le pratiche medioevali per abbracciare finalmente la modernità.
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