
L’Italia è tra gli ultimi membri dell’Unione Europea dove l’educazione sessuale non è obbligatoria nelle scuole, come dimostra il rapporto dell’UNESCO “Comprehensive sexuality education (CSE) country profiles”. Secondo gli esperti, considerare l’argomento un tabù sta mettendo i più giovani a rischio.
Nell’Unione Europea, sono 6 i Paesi che non prevedono l’educazione sessuale obbligatoria: Bulgaria, Polonia, Romania, Lituania, Ungheria e Cipro. Il divieto di insegnare materiale che includa riferimenti a diversi orientamenti sessuali o di genere, in Paesi ultra-conservatori come l’Ungheria e la Polonia, diventa una maniera di fare propaganda politica contro il movimento LGBTQ+ sin dalla prima infanzia.
Dall’altro lato, negli altri 20 Stati membri dell’UE l’educazione sessuale è obbligatoria o prevista dai curriculum delle scuole. Svezia, Germania e Austria sono tra i primi Paesi che hanno previsto di discutere temi legati alla sessualità e all’identità di genere anche nelle classi elementari. In Francia e Irlanda è obbligatoria dai primi anni 2000, mentre in Spagna la legge è stata adottata nel 2022.
In Italia, sin dal 1975 ci sono stati dei tentativi di integrare l’educazione sessuale nelle scuole, ma le iniziative sono lasciate alla buona volontà degli insegnanti e la direzione delle singole Regioni. Così, manca ancora un curriculum nazionale che possa educare i più giovani.
Secondo le linee guida UNESCO “International technical guidance on sexuality education”, un approccio olistico all’educazione sessuale è un impegno concreto verso le nuove generazioni. Affrontando quindi sia gli aspetti legati alla salute biologica, sia quelli legati all’affettività. Per prevenire da un lato gravidanze e malattie sessualmente trasmissibili, ma anche per insegnare il consenso. L’UNESCO lo ha definito “comprehensive sexuality education” (CSE), considerato utile anche ad identificare e contrastare la violenza di genere.
Ciò che spaventa gli esperti in educazione infantile, come il psicoterapeuta dell’infanzia Alberto Pellai, è la possibilità che “i bambini e i ragazzi facciano sempre più riferimento ad Internet per trovare risposte”. La necessità di educare alla sessualità, ed educare all’uso degli strumenti digitali, è una delle sfide dell’educazione moderna. Tra i giovani, dai 14 ai 17 anni, il 44% dei ragazzi guarda video porno. Tra questi, il 70% viene condizionato a considerare l’erotismo come violenza e sottomissione, arrivando a percepire le donne come oggetti sessuali. Il 17% ha costretto la partner ad avere rapporti sessuali.
L’ignoranza in materia di sesso e sessualità sta mettendo effettivamente a rischio i più giovani. Uno studio del 2023 su più di 15mila ragazzi tra gli 11 e i 24 anni dimostra che il 39% di loro crede che il coito interrotto sia un metodo contraccettivo efficace. Non solo, il 53% non saprebbe riconoscere una malattia sessualmente trasmissibile. Ora la questione è nelle mani del leghista Giuseppe Valditara, Ministro dell’Istruzione e del merito dal 2022. Mascherando da “propaganda gender” il dibattito necessario sull’educazione sessuale, questo governo spinge il Paese verso la sua deriva più conservatrice.
Allo stesso modo, i genitori sono contrari a trattare questi temi nella scuola primaria. Molti hanno espresso dei dubbi rispetto alle indicazioni nazionali, preferendo che il tema venga trattato a partire dalla secondaria, o “solo in caso di necessità”. E invece, l’educazione sessuale nelle scuole italiane, sin dalla prima infanzia, è una necessità.
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