
C’è un filo invisibile che unisce Long Island alla Toscana, le Montagne Rocciose all’Umbria, la luce del Pacifico alle colline italiane: è lo sguardo profondo e innamorato di David Peikon, pittore contemporaneo americano che ha fatto del realismo una forma di poesia. Nei suoi paesaggi si respira l’eco del silenzio, il profumo della terra dopo la pioggia, la sacralità semplice della natura. È un’arte che parla alla pancia e al cuore, che trasmette emozioni autentiche, delicate ma potenti. Peikon, che ha abbandonato una carriera nel mondo degli affari per dedicarsi totalmente alla pittura, ha saputo intrecciare nelle sue tele il senso del tempo e dello spazio, il rispetto per l’ambiente e la meraviglia per il dettaglio. E tra i luoghi che più lo ispirano, l’Italia ha un posto speciale. Nel corso della nostra intervista, abbiamo ripercorso con lui i sentieri della sua pittura, dalle vette del Colorado alle piazze italiane, esplorando il legame intimo tra la fragilità del mondo e la forza dell’arte.
«Fin da piccolissimo, intorno ai 5 anni, amavo disegnare. Lo ricordo bene perché la mia insegnante della prima elementare lo scrisse nella mia pagella: “Mostra un’abilità eccezionale nell’arte.” Ma fu a 14 anni, durante una gita scolastica con l’insegnante d’arte alle gallerie di New York, che dissi: “Voglio diventare un pittore.” Lui non rise, non mi scoraggiò. Disse solo: “Lo so”».
«La quiete, la calma, la contemplazione: questi sono i temi ricorrenti in tutte le mie opere. Sapevo fin dall’inizio che il creare arte placava la mia mente e mi donava una sensazione di pace che non provavo in nessun altro momento, a meno che non fossi solo nella natura. Camminare nei boschi, lungo una riva, o più recentemente tra gli uliveti e i vigneti, da solo e in silenzio, mi permette di assorbire ciò che vedo in modo più profondo. La quiete che sento nell’anima si fonde con le immagini che i miei occhi percepiscono, e il mondo davanti a me appare già dipinto».
«Ho studiato Storia dell’Arte in modo approfondito fin da giovane, e naturalmente questo significava studiare i Maestri Italiani del Rinascimento. Ma il mio profondo amore per il paesaggio italiano è nato davvero quando abbiamo soggiornato a Il Borro (la tenuta Ferragamo) in Toscana. Ero lì per dipingere un ritratto di Salvatore Ferragamo, il nipote del fondatore dell’azienda e, durante il soggiorno, abbiamo trascorso molte giornate a vagare per la campagna. Un’esperienza visiva travolgente per me. Molti anni dopo, ho conosciuto una famiglia originaria del piccolo paese di Malvagna, in Sicilia. La famiglia divide il proprio tempo tra lì e gli Stati Uniti, dove ci siamo incontrati per la prima volta. Malvagna si trova nel cuore della campagna, ed è un luogo non toccato dal turismo. Viaggiando con loro verso il paese natale, siamo stati accolti immediatamente dai vicini, accettati come amici piuttosto che come visitatori. Abbiamo vissuto gli uliveti e i vigneti insieme a coloro che lavorano la terra, il cui amore e devozione verso essa erano profondi, spirituali. L’alba in un uliveto, con l’Etna fumante sullo sfondo. Come avrei potuto non innamorarmi di questo luogo? Ora, con 30 dipinti già realizzati per la serie in corso “Visioni della Sicilia”, l’Italia farà per sempre parte della mia vita».
«Atemporale, tra memoria e sogno: è questo il modo perfetto per descrivere ciò che cerco di realizzare. Non ho mai accettato l’idea di dipingere ciò che il “mercato dell’arte” desiderava, e ho sempre dipinto ciò che sentivo autentico. Questo approccio mi ha relegata per lo più ai margini, ma ho sempre creduto che ci sarebbero state persone in grado di riconoscere la verità presente nel mio lavoro».
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