
Ricordare il passato affinché i suoi errori non si ripetano nel futuro: è una frase che, in ogni sua declinazione, ci ha seguito fin da bambini. Poco importa esser nati dopo il 2000, negli anni ‘90, negli ‘80 o prima. Questa frase, associata spesso allo studio della storia e ancor di più al Giorno della Memoria, ci accompagna sin dai primi passi nella scuola elementare.
Abbiamo imparato che quella del 27 gennaio è una celebrazione fondamentale, intrisa di un’aura di sacralità inviolabile; l’abbiamo capito dai numerosi film proiettati negli auditorium, dalle testimonianze condivise, dalle foto, dai racconti. Guardiamo Schindler’s List in silenzio e ascoltiamo video e documentari con i brividi a percorrerci le spine dorsali perché, nonostante gli anni trascorsi, questa è una Storia ancora viva. Nel tempo, con una maturità rinnovata, abbiamo capito che non si tratta di una cicatrice sbiadita, ma di una ferita ancora aperta, sanguinante; e che è, soprattutto, una ferita collettiva. Nessuno può sottrarsi alla colpa universale di aver voltato lo sguardo dall’altra parte. Nessuno può concedersi il lusso dell’indifferenza. Nessuno, oggi, può permettersi di chiudere gli occhi dinanzi a un nuovo genocidio.
Mentre la Palestina continua a essere bombardata e violata, in Italia il Viminale invita i questori a rinviare le manifestazioni pro-Palestina, alcune delle quali già precedentemente autorizzate, che si sarebbero dovute svolgere nel corso del 27 gennaio. Il motivo sarebbe soprattutto ideologico, oltre che di ordine pubblico: le comunità ebraiche italiane hanno infatti dichiarato, nel corso degli scorsi giorni, che tali manifestazioni sono uno «sfregio alla memoria». Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Viminale rincara la dose, affermando che «risulterebbe, altresì, violato il valore universale che alla giornata del 27 gennaio è stato riconosciuto dalla Risoluzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in data 1 novembre 2005».
Di che tipo di memoria stiamo parlando? Una memoria selettiva, di convenienza? Una memoria che si piega sotto il peso della vergogna? Il genocidio sistematico messo in atto dalla Germania nazista coinvolgeva la comunità ebraica europea, sì, ma anche le popolazioni dei Balcani, neri, dissidenti politici, prigionieri di guerra, omosessuali, transessuali, persone con disabilità fisiche e mentali, Testimoni di Geova, minoranze etniche. Il genocidio del popolo palestinese, in atto da oltre settant’anni, ha forse meno valore? Può un genocidio ledere il ricordo di un altro? Se la risposta è affermativa, allora quella frase che ci perseguita dai nostri primi anni di vita, e che continua a non trovare una reale concretizzazione nel presente, è inutile. Sono parole gettate al vento.
Perché c’è la Palestina, ma ci sono anche gli yazidi, i lager libici, la persecuzione dei rohingya, gli uiguri in Cina, il Congo. Il tutto mentre la Corte dell’Aja intima a Israele di prevenire ogni atto che possa essere ricondotto a un genocidio, a Gaza. Ricordare il passato affinché i suoi errori non si ripetano nel futuro, quindi. O forse sarebbe meglio farci un esame di coscienza e realizzare che abbiamo sputato sulla Storia.
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