
Quello del rapporto tra l’Italia e la sua eredità del Fascismo è un dibattito che ha da sempre spaccato il paese. C’è chi sostiene – tendenzialmente da destra – che il Fascismo sia stato consegnato alla storia da più di 70 anni e che paventarne il pericolo oggi risulterebbe anacronistico. C’è chi invece, probabilmente a ragione, crede che le cose possano tornare e che i tanti segnali di un pericoloso sdoganamento di alcune posture non vadano sottovalutati.
Certo, gli spunti per riaccendere questa discussione sui social e nel paese non sono mancati nelle ultime settimane: la vergognosa aggressione da parte dei membri di Azione Studentesca al liceo Michelangiolo di Firenze, il silenzio preoccupante della maggioranza parlamentare ed una postura senz’altro troppo timida delle opposizioni. Non soltanto, a Bracciano una donna di 39 anni è stata aggredita in pieno giorno per aver staccato un adesivo di Casapound, mentre al Parco Nord di Milano negli immediati pressi del Monumento al Deportato è stata rinvenuta una gigantesca svastica costruita con tronchi d’albero. Gli ultimi due episodi non hanno avuto particolare fortuna sulle pagine dei quotidiani nazionali, tuttavia sono questi tre ed oltre ad essere ravvicinati tra loro, i quali hanno tutti in qualche modo a che fare con lo sdoganamento del nazifascismo.
Forse occorre però operare una ricostruzione storica rispetto al rapporto dell’Italia con l’eredità del ventennio guidato da Benito Mussolini. L’Italia usciva dilaniata dalla seconda guerra mondiale, gli alleati la percepivano ancora come un nemico, la ricostruzione faticava a prendere piede. In un clima che avrebbe poi portato alle fondamentali elezioni del 1948 – per intenderci, quelle che la Democrazia Cristiana stravinse contro il Fronte Popolare portando in beneficio i fondi del Piano Marshall, promessi solo in caso di una sconfitta delle sinistre – l’allora segretario del PCI Palmiro Togliatti si fece portavoce della totale amnistia ai fascisti. Ne seguì un’indignazione della base partigiana del partito enorme, i combattimenti e i caduti erano stati tantissimi ed il principale partito antifascista del paese stava deliberatamente scegliendo di – come disse qualcuno all’epoca – nascondere la polvere sotto il tappeto. Sarà questo il primo grande errore di un paese come il nostro che – a differenza della Germania – ha deciso dal primo momento di non volersi confrontare con la sua storia recente, quasi nascondendo la testa sotto la sabbia. È in questo clima che nasce il Movimento Sociale Italiano, guidato dall’ex repubblichino Giorgio Almirante, che ne rimarrà saldamente alla guida sino alla sua morte nel 1988. Il MSI sarà la fucina in cui si formeranno tantissimi volti noti della destra contemporanea, tra cui la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
È proprio partendo dall’esempio dell’attuale premier che possiamo parlare di quella destra che non ha mai preso le distanze dal nazifascismo, né a livello storico né tanto meno a livello politico. Nel 2013 fecero scalpore le dichiarazioni di Silvio Berlusconi a margine di un evento organizzato in occasione della giornata della Memoria. L’ex presidente del Consiglio affermò che Benito Mussolini per tanti aspetti aveva lavorato bene, peccato per l’alleanza con Hitler. Questo è senza dubbio – come disse Andrea Scanzi in un noto siparietto con Alessandra Mussolini – il pensiero di molti italiani ma non è di certo il pensiero che si confà ad un paese la cui Costituzione è nata dalla resistenza al Fascismo.
E ancora, è balzata all’onore delle cronache la circolare che la preside del liceo Michelangiolo di Roma ha diffuso. Un documento equilibrato, dove la dirigente scolastica ripercorre con lucidità le tappe della nascita della Repubblica, parla di Antonio Gramsci, evidenzia con saggezza il fatto che il Fascismo non è nato facendo chissà quanto chiasso, ma si è appunto insinuato nelle pieghe dell’animo del paese. Tanto è bastato al ministro Giuseppe Valditara per parlare di una “politicizzazione che non dovrebbe più avere spazio”. Vale sempre la pena chiedersi se rimembrare le radici antifasciste dell’Italia equivalga a “politicizzare” alcunché. Forse è proprio a causa del fatto che si è avuto timore di ricordarle troppo spesso se oggi è possibile ancora assistere a scene che andrebbero semplicemente condannate per quello che sono, come l’aggressione squadrista consumatasi a Firenze.
L’Italia è una repubblica antifascista. Questa frase non è buona per un volantino – non solo, almeno – questa frase è la prima struttura che si volle dare alla nostra Costituzione ed al nostro paese. Crediamo che non serva fare l’hit parade delle dittature e dei regimi sanguinari. Crediamo che le cose vadano raccontate – e soprattutto riconosciute – per quello che sono. Il momento storico è senz’altro complesso. In molte parti del mondo la destra istituzionale commette l’errore non solo di non prendere le distanze dal Fascismo, ma anzi in molti contesti alcune formazioni politiche estremiste vengono foraggiate ed incoraggiate. Se pensiamo al rapporto tutt’altro che limpido di Donald Trump con i Proud Boys, suprematisti bianchi cresciuti col mito delle armi o se guardiamo all’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro che ci ha abituati a dichiarazioni che farebbero impallidire anche i campioni nostrani come Matteo Salvini scopriamo che il germe del fascismo sotto la prima pelle dell’odio razziale, dell’omolesbobitransfobia e della mascolinità tossica è tutt’altro che sconfitto.
Non ha senso – crediamo – parlare di politically correct, di censura, di libertà di parola se la richiesta di chi ad oggi sdogana inquietanti reminiscenze di un passato oscuro e violento è quella di poter discriminare o mettere in discussioni le altrui libertà, i propri diritti civili e sociali. Negli occhi di molte persone sono ancora molto vive le immagini dei parlamentari del centro-destra che esultavano per aver affossato il ddl Zan, quella è una fotografia particolarmente eloquente per il nostro paese perché ci racconta che nel 2023 può ancora esistere una formazione politica – o come nel nostro caso, ben più d’una – che gioisce per aver impedito l’accesso ai propri diritti ad una parte della popolazione. Allora ci domandiamo: una destra che esulta per aver negato un diritto fondamentale ad un cittadino, è una destra antifascista? Purtroppo, la risposta la sappiamo. E non ci sorprende affatto.
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