
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha rotto un tabù: «L’Italia oggi non sarebbe in grado di rispondere efficacemente a un attacco militare di grandi proporzioni». Un’affermazione che pesa come un macigno e che mette a nudo la fragilità di un Paese del G7, membro fondatore della NATO, che da vent’anni taglia o rinvia ogni investimento strutturale nella propria sicurezza. Dopo anni di sottofinanziamento, organici ridotti e sistemi d’arma invecchiati, l’Italia rischia di non riuscire a difendere il proprio territorio senza il supporto degli alleati. E se scoppiasse davvero una guerra ad alta intensità, dove andremmo a piangere?
I numeri parlano chiaro. Le Forze Armate italiane contano circa 160 mila militari attivi tra Esercito, Marina e Aeronautica, più 100 mila Carabinieri, ma riserve operative quasi inesistenti. Dopo l’abolizione della leva obbligatoria nel 2005, la riserva nazionale – indispensabile in caso di mobilitazione rapida – è stata praticamente azzerata. Un progetto per attivarne 40 mila è ancora sulla carta. La legge 119/2022 ha fissato nuovi organici, ma con standard più bassi di quelli necessari per affrontare una guerra convenzionale. E il modello attuale, pur professionale, brucia oltre il 60% del budget in stipendi e indennità, lasciando poco margine per manutenzione e nuovi sistemi d’arma.
Intanto, la spesa per la Difesa italiana è oggi attorno ai 32 miliardi di euro, pari all’1,5% del PIL, ben al di sotto del 2% fissato dalla NATO come soglia minima. Per arrivarci servirebbero almeno dieci miliardi in più ogni anno, mentre Paesi come la Polonia hanno spinto le spese fino al 4% e raddoppiato l’organico in pochi anni. La Germania ha varato un fondo straordinario da 100 miliardi per modernizzare la Bundeswehr. La Francia mantiene oltre 200 mila effettivi e una robusta riserva, oltre a un programma nucleare autonomo. Roma, invece, continua a rimandare. Inoltre, Il piano del governo per i 40 mila riservisti e l’aumento graduale della spesa verso il 2% del PIL sono tentativi di invertire la rotta, ma ci vorranno anni per colmare il divario. Mezzi moderni, addestramento continuo e riserve motivate non si improvvisano.
L’Italia sorveglia più di un fronte di sicurezza: oltre all’Est (la minaccia dalla Russia) c’è il “Fronte Sud”, il Mediterraneo e il Sahel, teatro di instabilità politica e terrorismo. Crosetto ricorda che «noi come sentinelle dell’Est abbiamo già degli F-35, degli Eurofighter, oltre 2000 soldati, ma abbiamo anche il fianco Sud». In altre parole, a differenza di molti alleati, l’Italia ha responsabilità di difesa sia lungo i confini orientali NATO sia nelle aree vicine all’Africa.
Intanto l’Europa e la NATO fronteggiano tensioni crescenti. All’inizio di settembre decine di droni russi hanno violato lo spazio aereo polacco, inducendo Varsavia a invocare l’articolo 4 dell’Alleanza. In risposta è scattata l’operazione “Sentinella dell’Est”, con jet da vari paesi, anche da parte italiana, schierati ai confini orientali. Il riconoscimento di Crosetto evidenzia che l’Italia sta già dando un contributo significativo (caccia, navi e truppe) sul fianco Est, ma ora la domanda è se sia sufficiente. Sul fronte sud, invece, continuano a preoccupare la sicurezza nel Mediterraneo centrale e la stabilità in Libia e Sahel, che richiedono cooperazione militare e antiterrorismo.
Nel periodo post-Guerra Fredda la strategia occidentale ha privilegiato missioni di bassa intensità (peacekeeping, antiterrorismo ecc.), commettendo «l’errore di pensare che non fossero più possibili grandi conflitti tra potenze in stile guerre mondiali». Queste scelte di “difesa ridotta” spiegano in parte l’odierna fragilità italiana: negli ultimi vent’anni si è puntato soprattutto a contributi civili e missioni estere, trascurando il potenziamento di capacità belliche convenzionali. Oggi gli analisti parlano di “capability gap”: un divario di capacità che rischia di trasformarsi in vulnerabilità strategica. Questo ha creato un paradosso: un Paese che si percepisce in pace, ma che partecipa a coalizioni militari globali con mezzi insufficienti.
Crosetto non ha usato giri di parole proprio per stimolare una presa di coscienza: se l’Italia non investe davvero nella Difesa, rischia di trovarsi scoperta, con conseguenze che non riguardano solo la sicurezza nazionale ma anche il peso negoziale internazionale. Mezzi moderni, addestramento continuo e riserve motivate non si improvvisano. Serviranno fondi, volontà politica e una strategia di lungo periodo per riportare le Forze Armate a uno standard credibile. Altrimenti, il rischio è che la frase del ministro resti l’amara fotografia della nostra posizione: «non siamo pronti».
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