
Sono passati quasi trecento anni dalla sua prima apertura ma la Reggia di Caserta continua ad essere uno scrigno di fascini e suggestioni, credenze da sfatare e scoperte da raccontare. Grazie all’architetto Giovanni di Dio abbiamo avuto la possibilità di viaggiare a ritroso nei secoli e di conoscere più da vicino il Palazzo Reale e il suo ideatore, Luigi Vanvitelli. «Nella mia vita ho sempre studiato il personaggio di Luigi Vanvitelli e le sue opere. La Reggia, in particolare, è sempre stata la mia palestra fisica e culturale».
In una lettera spedita al fratello Urbano, nel 1751, Vanvitelli racconta della proposta rivolta ai regnanti, Carlo di Borbone e Maria Amalia di Sassonia, di spostare l’asse longitudinale della Reggia di Caserta di circa tre gradi in senso orario. Scrive che acconsentirono ma non svela la motivazione della sua richiesta. «Mi trovavo sul Torrione – racconta l’architetto di Dio – e, seguendo con lo sguardo la traiettoria visibile da quella posizione, mi accorsi che questa non urtava mai contro un ostacolo e che, al contrario, passava perfettamente al centro tra il promontorio della penisola sorrentina e Ischia». L’architetto di Dio attribuisce la successiva modifica proprio alla sensibilità artistica del Vanvitelli: «Sapevo che Vanvitelli si recava spesso sul monte Briano per visualizzare la sua futura opera. Io credo che da quella posizione si sia accorto del fatto che, mantenendo l’asse Nord-Sud, lo sguardo non sarebbe andato “verso l’infinito” ma avrebbe urtato sul promontorio della penisola sorrentina». Adesso, infatti, osservando il panorama dal torrione ci accorgiamo che l’occhio si protende in avanti, svanendo, o continuando, tra il cielo e il mare, perdendosi in un punto non definito del paesaggio.
Ma le scoperte non sono finite: «Anche questa scoperta è avvenuta dal torrione. Mi accorsi che la finestra del padiglione a grotta, che affaccia su tutto il panorama, ritraeva la sagoma di un personaggio in abiti settecenteschi». Dopo aver notato per la prima volta questa sagoma, sembra impossibile ignorarla. Potrebbe ritrarre un personaggio borbonico, ma ciò è improbabile perché Vanvitelli vi avrebbe sicuramente posto molta più enfasi. Se fosse una propria raffigurazione ciò sarebbe sconvolgente: ad oggi sarebbe l’architetto di corte, una figura al tempo secondaria, a dominare dall’alto su tutto il Regno di Napoli. «Resta un mistero – afferma di Dio – ma è certo che una tale e precisa sagoma non possa essere frutto di una casualità. Io credo che la statua rappresenti uno spirito appeso tra il buio della grotta e la luce del sole, che permanga in eterno tra la morte e la vita».
Abbiamo affrontato due importanti intuizioni dell’architetto di Dio. Adesso, invece, ci immergiamo in quella che può configurarsi come una vera e propria scoperta da lui effettuata. «L’Acquedotto Carolino è l’opera più grande e completamente realizzata del Vanvitelli. Per portare l’acqua al parco, Vanvitelli realizzò una conduttura di circa 40 chilometri, attingendo alle sorgenti del Fizzo».
La realizzazione dell’acquedotto fu tristemente problematica, poiché causò delle morti tra gli operai. Il progetto attirò molte speculazioni e divenne comune la convinzione per cui Vanvitelli non lo avrebbe mai portato a termine. Il Nostro, stanco fisicamente e provato dalle molte calunnie, decise di realizzare una cascata momentanea per dimostrare la riuscita prossima dell’acquedotto. La mostra dell’acqua, avvenuta nel 7 maggio 1762, attirò molti consensi.
«Sulla posizione geografica di questa cascata ci sono molte incongruenze. Sono stato sulle tracce di questo luogo per molto tempo, l’ho trovato e l’ho analizzato. Si trova sui monti al di sopra di Garzano, sono presenti degli evidenti segni che rimandano proprio a quella cascata».
Il profilo artistico che traspare dalle opere di Vanvitelli è pregno di una raffinata sensibilità, ma anche di un occhio particolarmente critico. Ci sono dei collegamenti con la parte umana dell’artista, come afferma l’architetto di Dio: «Vanvitelli fu un fervente cattolico. Credo che la sua ricerca dell’infinito non sia altro che la ricerca di un Dio Creatore. Era ipercritico, per alcuni pettegolo, amava la musica, partecipava a tutte le rappresentazioni del teatro San Carlo ed era sua abitudine giocare al lotto. Aveva una personalità molto sensibile ma tormentata».
Come spesso accade, i grandi artisti ricevono il dovuto riconoscimento soltanto molti anni dopo la morte. È questo il caso anche di Luigi Vanvitelli. Abbiamo chiesto un’opinione in merito all’architetto Giovanni di Dio: «È morto in povertà, in una casa umile, in solitudine. Non sappiamo dove siano le sue spoglie. Sono stati rinvenuti dei resti anonimi nella chiesa di San Francesco di Paola; si suppone che gli appartengano ma non è stato ancora determinato. Nel 2023, 250esimo anno dopo la sua morte, a Caserta ci sono state un po’ di rappresentazioni, forse più per dovere di cronaca, ma si potrebbe fare di più».
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