
Nella nostra redazione di Castel Volturno è avvenuto un incontro particolare che ha messo a confronto due realtà diverse ma unite dagli stessi valori. A farci visita sono stati i ragazzi di “6Missione”, un gruppo di volontari guidati dai Missionari Saveriani, trenta giovani che hanno animato le nostre stanze, spulciando la storia dell’associazione Centro Studi Officina Volturno e il grande male apportato al territorio dal Clan dei Casalesi. Ore di incontro volate, magnificamente; due associazioni a confronto che si sono nutrite delle rispettive esperienze. Abbiamo deciso di farvi conoscere la realtà del gruppo missionario attraverso il racconto di due giovani membri.
Da cose nasce l’idea di creare questa realtà e quali attività svolgete?
«Sono Miriam ed ho vent’anni, studio chimica all’università e vivo a Como. Sono una delle fondatrici di “6missione”, attiva ormai da 5 anni. Tutto è nato grazie al supporto dei Missionari Saveriani, che ci hanno introdotto nello spirito di servizio del volontariato. Siamo circa 50 ragazzi che animano il gruppo, che viene gestito anche grazie all’aiuto di Padre Carlo. Siamo tutti legati dalla volontà di dare, seppur in piccolo, un contributo per sostenere le persone in difficoltà, regalando anche un semplice sorriso. Il nostro obiettivo è quello di spingere i ragazzi fuori dalla loro comfort zone, per sostenere e conoscere realtà diverse e lontane, supportando i più fragili. Nel concreto svolgiamo attività presso la mensa dei poveri di Milano ed altre in alcune case famiglia. Mentre d’estate e d’inverno partiamo per i “campi”, andando a svolgere servizio di volontariato in realtà molto lontane dalla nostra».
Durante le tue missioni quale esperienza ti ha segnato di più?
«Il crollo della vela celeste di Scampia mi ha segnato in un modo unico. Eravamo lì impietriti, inermi davanti alle urla delle persone, ricordo le voci strazianti dei bambini. Il giorno dopo abbiamo partecipato alla fiaccolata organizzata dagli sfollati: ricordo le persone infuriate, ferite nell’animo. La loro battaglia era divenuta anche la nostra, nonostante io come tutti gli altri fossimo di città lontanissime da quella di Napoli. Tutte queste esperienze mi hanno insegnato a non giudicare mai, ogni persona nasconde le proprie debolezze e fragilità. Credo che dalle persone più fragili e povere noi dovremmo imparare tanto, perché nella povertà si nasconde la vera ricchezza d’animo. Durante i periodi nei campi rom di Giugliano, con l’associazione “Arrevutammece” abbiamo incontrato decine di bambini e giocato con loro. Le semplici cose assumevano un valore unico per loro. Dovremmo riservare meno importanza al successo materiale, concentrandoci a raggiungere la vera felicità, che vada oltre il bene materiale».
Come credi che ti abbia cambiata l’esperienza della missione?
«Sono Sofia e faccio parte del gruppo da circa due anni, e credo questa esperienza mi abbia cambiata totalmente, facendomi comprendere meglio le cose che diamo per scontate. Personalmente la missione mi ha fatto capire che spesso le idee che abbiamo sono influenzate dagli stereotipi, soprattutto verso etnie come i rom».
In quali realtà hai prestato servizio come volontaria?
«Sono stata in due campi a Giugliano conoscendo decine di bimbi, con i quali si è creato un legame unico, attraverso i sorrisi, nonostante le difficoltà. Spesso verso di loro abbiamo dei pregiudizi che ne distorcono la visione, spesso sono persone che vivono in grandi difficoltà economiche e sociali. Vivono in campi nei quali i diritti sono veramente pochi e trascorrono le loro giornate in baracche piene di spifferi, con una stufa per riscaldarsi. A tanti bambini è negato il diritto all’infanzia: ne ho visti decine, e con alcuni si crea un legame unico. Siamo stati inondati da abbracci e carezze quando arrivavamo nei campi con in tasca solo un filo rosso di lana e delle forbici arrotondate. I braccialetti che realizzavamo solo con un filo, per loro erano la cosa più bella del mondo».
Anna, 17 anni
Per me il campo missionario a Scampia è stata la primissima esperienza di volontariato. Inizialmente non conoscevo praticamente nessuno, ma questa cosa non mi ha spaventato, non bisogna limitarsi per paura.
Arrivata a Scampia, tutti quanti mi hanno accolto molto calorosamente. Nonostante non mi avessero mai vista, non c’è stato alcun tipo di pregiudizio o disagio. La mia prima impressione è stata che io non c’entrassi nulla con tutte le persone che erano al campo e, invece, ho avuto una piacevole sorpresa: mi sono resa conto che nessuno mi giudicava e che nessuno si aspettava nulla da me. Sono stati nove giorni splendidi che sono passati velocissimi. Ciò che mi è rimasta più impressa è stata la gentilezza delle persone che, seppur lavorando in quartieri non molti “amichevoli”, quando ci guardava passare ci fermava perché era piacevolmente incuriosita dalla nostra azione di volontariato. Aver vissuto il campo mi ha aperto la mente su una realtà che prima completamente ignoravo. Ciò che invece mi ha scosso di più è stato l’ambiente in cui alcuni bambini vivono, come il campo di via Carrafiello. Mi è parso di trovare una cosa comune: una grande innocenza ma anche una subdola malizia, probabilmente inculcatagli dai genitori e dalla loro “casa”. Questa esperienza mi ha dato più di quanto credessi. Lo dico per davvero. Non pensavo di poter empatizzare così tanto con persone su cui prima avevo pregiudizi. Mi porto nel cuore un’esperienza che mi ha aperto le porte dell’anima, oltre che una gran bella scoperta e una consapevolezza diversa della realtà che mi circonda. La testimonianza che più mi ha colpito credo sia stata quella fatta al Dream Team: un’associazione a Scampia che si impegna a reintegrare e aiutare le donne con problemi di qualsiasi tipo. Qui abbiamo ascoltato la testimonianza della famiglia di Antonio: una vittima innocente di camorra. Ascoltare la fidanzata del fratello di Tonino commuoversi raccontando la sua storia mi ha fatto venire i brividi. Tornata da questo campo, “6Missione” è diventato per me impegno. Un impegno nel non lasciar più correre le cose, nel non accontentarmi più di quello che gli altri mi fanno vedere ma di scavare e farmi un’idea da sola, con la mia testa. Da ragazza di 17 anni, penso che sia un’esperienza che ognuno dovrebbe fare una volta nella vita. Vedere nuove realtà, conoscere nuove culture. È raro poter partecipare a un’esperienza di questo tipo già da minorenne. Dopotutto la vita è breve e provare non costa nulla.
Carlo
Agli occhi del Padre, siamo tutti figli. Ciò che ci accomuna è lo stesso amore di cui lui ci riempie, la stessa passione che muove il suo cuore. Era il 1° gennaio, Simone Strozzi (altro volontario di 6Missione ndr) mi dice: «oggi si va alla vela Rossa per un ultimo saluto», per una manifestazione di solidarietà verso gli ultimi abitanti del mostro di cemento e di acciaio. Appena mettiamo il piede in quella struttura, tre giovani ci rincorrono e dicono: «non potete stare qui, cadono oggetti dall’alto». Abbiamo visitato l’alloggio 116 al terzo piano. “Mi mancherai casa mia 116”, c’era scritto sul muro. Sulla destra c’era un quadro della Madonna appoggiato al divano. Sulla sinistra la televisione ed una mensola con appoggiato sopra il telecomando, quasi come a dire: «schiaccia il pulsante play per far continuare la vita di questo alloggio». Ma, purtroppo, l’appartamento era inesorabilmente vuoto. I bambini se ne erano andati insieme ai loro genitori. Salvatore apre le porte di casa sua e, miracolosamente, adagiato sul grande tavolo del soggiorno, ci troviamo di fronte l’amore più grande: un bambinello sulla mensa di casa con una luce davanti. Sulla tazza che conteneva la luce c’era scritto: “atrapas tus sueños”, “cattura i tuoi sogni”.
Il mio sogno è di fare del mondo una sola famiglia. Ma questo si scontra con la triste realtà che ho di fronte: persone che vivono drammaticamente ai margini della strada. Per più di quarant’anni sei stato obbligato a vivere in una struttura fatiscente o in un campo Rom. E, d’improvviso, per un decreto scritto su un foglio di carta, ti vengono dati pochi giorni per andartene via perché il luogo in cui vivi non è sicuro. Io una casa ce l’ho. Un piatto caldo sul tavolo pure. La libertà, data da una buona formazione scolastica, ce l’ho. E loro no. Perché? La mia missione mi porta a offrire delle risposte a questa domanda: è un’esigenza di giustizia che trova radici nel cuore stesso di Dio. “Che loro abbiano le stesse possibilità che ho avuto io”, penso. Perché no? Una casa, uno studio, un lavoro? E se, in questo sogno, riuscissi a coinvolgere altri come Miriam, Andrea, Nicole, Nunzio, Antonella e Luigi?
Luigi
I ragazzi che d’estate e d’inverno vanno a Scampia si impegnano molto e credono in quello che fanno. La loro missione è dare e ricevere amore a persone che ne hanno bisogno, per esempio ai rom. È una missione vera perché non solo danno, ma ricevono anche. Mi è rimasta nel cuore l’accoglienza che abbiamo ricevuto nella visita alle baracche. Quest’estate ho rotto un braccio giocando a calcio e quest’inverno ho avuto un infarto. In entrambi i casi le famiglie rom si sono prodigate per farmi sapere che pregavano per me. Una volta ritornato a casa, Fasila ci ha tenuto ad accogliermi per offrirmi il caffè. L’altra missione che mi è rimasta nel cuore è il Lotto P, uno dei rioni più poveri e malfamati di Scampia. Lì i bambini ci hanno presto riconosciuto e accettato nei giochi. La missione che ci aspetta per l’estate 2025 è “la scuola”: aiutare i bambini a fare i compiti. Il mondo dei bimbi del Lotto P è troppo chiuso e debole, fatto di frasi fatte e insulti contro i Rom. Lo studio potrebbe aiutarli a vincere la loro chiusura. Per me è importante partecipare ai campi, perché come volontario ricevo e dono amore. Preparo la colazione, partecipo alla missione coi rom e al Lotto P. Assisto alle Testimonianze proposte, ascolto le condivisioni dei ragazzi e offro il mio punto di vista. Mi sento di consigliare ad un giovane di partecipare ad un campo missionario per sentirsi più completo. Quando rientri da esperienze del genere hai il cuore traboccante di gioia. Ti aiuta a crescere e a cambiare.
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