
L’intervista all’On. Stefania Ascari è una denuncia diretta: “Lo Stato tradisce le donne due volte”
Nel 2024, 113 donne uccise da uomini. Diciassette solo dall’inizio di quest’anno. Ogni numero, ogni statistica, ha un nome, un volto, una storia che si è interrotta nel sangue. Dall’8 marzo al 2 aprile, in poco più di tre settimane, cinque donne sono state assassinate per mano di un uomo. È come se ogni tre giorni una donna venisse condannata a morte per mano di chi diceva di amarla. La violenza maschile contro le donne non è un’emergenza. È una strage a cadenza regolare, una realtà strutturale, sistemica, che affonda le radici in una cultura patriarcale mai realmente scardinata. Dietro ogni femminicidio, c’è una storia. Spesso una denuncia. Una richiesta di aiuto. Un fascicolo aperto in un commissariato o in un tribunale. E poi il nulla. Eppure, le leggi ci sono. Il Codice Rosso, varato nel 2019, avrebbe dovuto rappresentare un cambio di paradigma. Ma allora perché si continua a morire? L’On. Stefania Ascari, giurista e deputata da sempre impegnata nella lotta alla violenza di genere, mette a nudo il fallimento di uno Stato che promette protezione, ma troppo spesso resta muto e immobile fino alla tragedia.

«Le violenze contro le donne in Italia sono all’ordine del giorno – dice l’On. Ascari – Il problema è culturale, prima ancora che legislativo. Viviamo in una società ancora intrisa di patriarcato, dove troppo spesso le donne vengono considerate proprietà da controllare, da punire se sfuggono al potere maschile». Le parole non sono nuove, ma continuano a essere attuali. I numeri sono agghiaccianti. Le risposte tardano ad arrivare. Certo, la legge da sola non può bastare, ma se nemmeno quella riesce a garantire protezione a chi denuncia, allora la questione si fa ancora più grave. «Il sistema tradisce chi ha il coraggio di denunciare» continua Ascari. «La lentezza delle procedure, l’inefficacia di strumenti come i braccialetti elettronici, la scarsa formazione degli operatori di giustizia: sono tutte falle che rendono le vittime vulnerabili e sole». Eppure la legge, da sola, è diventata una foglia di fico.
Le donne denunciano. Parlano. Chiedono aiuto. E vengono lasciate sole. A quel punto, la violenza diventa femminicidio. La legge sul Codice Rosso ha introdotto un iter prioritario per le denunce di violenza domestica e di genere. Ma come spesso accade in Italia, il problema non è scrivere buone leggi, ma renderle operative, attuarle con risorse e formazione. «Serve un piano strutturale – ribadisce l’On. Ascari. – Non bastano le leggi repressive. Non serve solo punire: serve prevenire. E la prevenzione comincia dalla scuola. Da anni ho depositato una proposta di legge per introdurre l’educazione affettiva e sessuale nei programmi scolastici. Ma è ferma. Perché ogni volta che si parla di educazione sessuale, la politica si divide. Si alza il muro dell’ideologia. Intanto, le donne muoiono».
C’è poi un altro fronte, altrettanto tossico: il linguaggio. La narrazione mediatica, le parole usate da giornali, telegiornali, perfino da atti giudiziari. “Delitto passionale”, “raptus”, “amore malato”. Espressioni che anestetizzano la violenza, che la riducono a un episodio isolato, che in qualche modo cercano una giustificazione. Ma non c’è nulla di passionale nel pugno, nella coltellata, nel corpo bruciato. È controllo. È dominio. È odio.
«Dobbiamo cambiare anche il linguaggio», dice Ascari. «Non si può più parlare di gelosia o raptus. Le parole costruiscono il mondo, e se continuiamo a usare quelle sbagliate, continueremo a raccontare la violenza come un’eccezione, invece che come la regola in un sistema malato».
La radicalizzazione dell’odio contro le donne non si consuma solo nelle case. Viaggia online, nei forum, nei gruppi Telegram, nei meandri oscuri di una rete dove prosperano le comunità INCEL: uomini che odiano le donne perché da loro rifiutati. È una miscela esplosiva di frustrazione, violenza, ideologia. Eppure, poco se ne parla. «Sono decine i gruppi che istigano alla violenza di genere», denuncia l’On. Ascari. «È gravissimo che vengano sottovalutati. La rete è il nuovo campo di battaglia, e le istituzioni sembrano non rendersene conto».
Tutto si tiene. Le leggi, le parole, l’educazione, la rete. Ma al centro resta un punto cieco: la formazione. Delle forze dell’ordine, dei magistrati, dei servizi sociali. Tutti coloro che, in teoria, dovrebbero proteggere. Ma senza strumenti, senza consapevolezza, finiscono per non vedere, per non capire. «Serve una formazione obbligatoria e continuativa. Non è accettabile che ci siano ancora operatori che minimizzano, che archiviano, che non ascoltano. Una donna che denuncia deve sentirsi al sicuro. Se viene ignorata, viene abbandonata due volte» continua Ascari.
E allora cosa serve ancora per capire che la risposta deve essere sistemica? Perché ogni volta ci si mobilita solo dopo l’ennesimo corpo steso sull’asfalto? «La rivoluzione culturale deve iniziare ora. Abbiamo già perso troppo tempo. E le donne continuano a pagare con la vita». Serve coraggio politico, visione, investimento. Ma serve soprattutto empatia. E in un Paese in cui il rispetto sembra diventato una richiesta e non un diritto, forse è proprio da lì che dobbiamo ripartire. Perché la verità è semplice e brutale: se continuiamo così, per la prossima vittima è solo questione di tempo. «Molti femminicidi si concludono con il suicidio del carnefice – ricorda la deputata. – A dimostrazione che la pena, da sola, non è un deterrente. Serve un cambiamento profondo».
Per questo, da anni, Ascari propone una legge per introdurre l’educazione affettiva e sessuale nelle scuole. «È lì che si costruiscono le relazioni future. È lì che si deve insegnare il rispetto, il consenso, l’empatia. Perché il filo rosso che lega ogni femminicidio è proprio questo: l’assenza di empatia». Le proposte ci sono. I dati pure. Ma la politica resta spesso in silenzio. O divisa. Intanto le donne continuano a morire. Come se l’idea stessa di parlare d’amore – vero, sano, paritario – nelle scuole fosse più scandalosa della violenza che esplode quando quel vuoto educativo diventa odio.
Ogni femminicidio viene raccontato come un caso isolato, un episodio “inaspettato”. Ma non lo è. C’è una matrice comune, una responsabilità collettiva. Ogni volta che si deride una donna che denuncia. Ogni volta che si mette in dubbio la parola di una vittima. Ogni volta che si parla di “delitto passionale”. Non è più tempo di retorica, né di indignazione a scoppio ritardato. Le parole dell’onorevole Ascari sono un monito duro: «il cambiamento culturale deve iniziare adesso. Abbiamo già perso troppo tempo. E troppe donne hanno pagato con la vita. Non possiamo permetterci di rimandare, altrimenti rischiamo di essere ancora una di meno». E nel Paese dei “mai più”, il tempo per agire è solo uno: adesso.
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
Come ogni mese torna la nostra rubrica culturale “Leggere che passione”, ecco i due libri consigliati ai nostri lettori. ...