
L’Odissea di Christopher Nolan è un film che fa parlare di sé, nel bene e nel male. Atteso da più di un anno, è una pellicola che ha spinto persino chi di cinema non se ne intende a commentare e partecipare al dibattito su Internet venutosi a creare attorno a essa. Capolavoro – per i fan più sfegatati del regista statunitense – o meno che sia, il film ha già incassato solamente in Italia più di 11 milioni di euro, rappresentando a livello mondiale il secondo miglior debutto per un film IMAX (con 51.8 milioni, dietro soltanto ad Avengers – Endgame). I problemi, però, non mancano di certo.
Dell’adattamento dell’Odissea di Christopher Nolan si potrebbe dire tanto, a partire dalla fotografia imponente al montaggio un po’ troppo improntato sullo stile di un trailer, passando per alcune discutibili scelte di casting (che non riguardano assolutamente la bellissima Lupita Nyong’o nel duplice ruolo di Elena e Clitennestra) e per quel peculiare mix di greco, romano, egizio e qualche altra epoca non meglio identificata nei vestiti. Ma si sa: un adattamento non potrà mai seguire pedissequamente l’opera originale se vuol lasciar spazio all’interpretazione del regista. Il problema sorge, invece, quando alcune scelte di sceneggiatura e di regia svuotano completamente l’opera del suo vero significato per riempirla di messaggi che non sono poi visionari come il pubblico vuole far intendere.
Ulisse (interpretato da Matt Damon) sembra avere poco e nulla a che fare con il polytropos dell’Odissea, l’uomo che ha sfidato gli stessi dei armato esclusivamente del proprio ingegno e dell’affilata curiosità. Questo Ulisse, probabilmente più umano, ci appare come una vittima degli eventi, il cui ritorno a Itaca avviene soltanto nel momento in cui decide di compiere un “atto di fede”: abbandonarsi alle onde del mare e perdere, così, il controllo della situazione. È un Ulisse quasi ateo, che oscilla inconsistentemente tra riferimenti a divinità mai mostrate – una grande assenza visto il ruolo primario che esse ricoprono nella vicenda – e una sfacciataggine che lo tiene lontano dalla figura dai tratti sacrileghi del poema.
Atena (interpretata da Zendaya) è spogliata di ogni sacralità per trasformarsi in uno spettro che, più che consigliare Ulisse, lo perseguita: è la manifestazione più evidente del trauma dell’uomo, la proiezione degli orrori a cui ha assistito durante la presa di Troia e di cui è stato fautore. Peccato che Nolan abbia deciso di non mostrare l’atto più crudele che Ulisse ha perpetrato nel corso della guerra, che nulla c’entra con l’inganno del cavallo e la morte del giovane Sinone: la morte del piccolo Astianatte, figlio di Ettore, gettato dalle mura di Troia da Neottolemo sotto consiglio di Ulisse stesso.
La retorica del veterano di guerra – un riferimento nemmeno troppo sottile alla guerra del Vietnam e alla condizione dei soldati statunitensi – permea tutta la narrazione: Ulisse è tormentato da flashback continui del conflitto, dai fantasmi dei suoi compagni caduti in guerra e nel viaggio di ritorno, dal senso di colpa. Così anche Agamennone (Benny Safdie) si trasforma nell’incarnazione del moderno generale che non si sporca le mani e che sacrifica i propri soldati per tornaconto personale, tradendo il fulcro stesso dell’onore greco: la necessità di morire in battaglia, da eroi, anziché da codardi. Così facendo, però, Nolan ha annacquato la tragedia insita del personaggio, trasformandolo in nient’altro che in una macchietta di crudeltà priva di spessore. È sacrosanto utilizzare un testo antico per lanciare un messaggio moderno – anche se, a dirla tutta, questo messaggio non è chissà quanto innovativo – a patto che non si snaturi l’opera originale.
Mettendo per un attimo da parte le numerose storture di questo adattamento, una riflessione andrebbe fatta sulle figure femminili dell’opera. Nolan, i cui film non superano un test di Bechdel manco a pagare, si abbandona spesso a svolte pseudo-femministe che cozzano non solo con il contesto dell’opera, ma con la stessa caratterizzazione dei personaggi. Penelope (Anne Hathaway) è l’emblema della fedeltà, sì, ma lo è nei confronti del potere maschile; nella pellicola dapprima si fa custode del trono di Itaca impedendo a Telemaco stesso (Tom Holland) di assumere il comando, poi però si contraddice chiedendosi perché il potere debba necessariamente appartenere a un uomo… per poi tornare ad aggrapparsi all’idea di sedere al fianco di un re.
Circe (Samantha Morton) appare profondamente diversa dall’immaginario comune, in un contesto ben più inquietante e meno imponente, e sarebbe stato perfetto se non fosse venuta fuori una fantomatica sorella trasformata nel corvo che tiene in casa perché “così è più facile sopportarla” (si tratterebbe di Pasifae, regina di Creta e madre di Arianna e del Minotauro; vien da sé che questa scelta è priva di fondamento). Per non parlare di Calipso (Charlize Theron), ninfa marina trasformata qui in uno strano connubio tra la figura originale, i lotofagi e Nausicaa, anch’ella spogliata della sua tragedia per renderla nient’altro che un mero impedimento per il ritorno a casa di Ulisse.
L’Odissea firmata da Christopher Nolan è senz’ombra di dubbi un’opera imponente dal punto di vista produttivo e della ricezione, meno se si tratta di sceneggiatura. La decisione di eliminare alcuni dei momenti salienti dell’Odissea – il racconto a Nausicaa presso la corte dei Feaci, il “Nessuno” di Polifemo, il dialogo con la madre di Ulisse nell’Ade, il riconoscimento tramite il talamo nuziale – si è fatta sentire e ha contribuito a rendere quest’opera in qualche modo scialba, priva dei suoi significati originali e pure di messaggi realmente rivoluzionari. Che la guerra sia una tragedia è evidente e universalmente riconosciuto ed è svilente ridurre la complessità dell’Odissea, incarnazione perfetta dello spirito greco assieme all’Iliade, a un messaggio del genere, troppo “americano” per essere applicato a un capolavoro dell’antichità.
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