
È il pomeriggio del 2 luglio 1982 e il ventenne carabiniere Salvatore Nuvoletta si trova a Marano, libero dal servizio, con in braccio Bruno, un bambino del quartiere a cui si era affezionato, quando sente gridare più volte il suo nome. Allertatosi, si gira e vede attorno a sé uno schieramento di uomini e pistole puntate contro. Salvatore sposta Bruno facendogli da scudo e un attimo dopo gli uomini sparano all’impazzata contro di lui, in pubblico, in mezzo a decine di persone.
Sono trascorsi quasi 42 anni, e l’omicidio Nuvoletta attende ancora giustizia. Tutt’ora i mandanti dell’assassinio e il motivo scatenante sono sconosciuti. La recente notizia del pentimento di Francesco Schiavone “Sandokan” ha riportato però in auge la questione, portando la famiglia Nuvoletta a pretendere ancora una volta la verità, chiesta ininterrottamente da 40 anni. Noi di Informare abbiamo avuto l’onore di intervistare proprio Fortuna, Alberto, Enrico e Gennaro, la sorella e i fratelli del carabiniere.
Gli attimi tragici della scoperta dell’omicidio sono indelebili nella mente della sorella di Salvatore: «Inizialmente non mi dissero cos’era davvero successo, solo che Salvatore aveva avuto un incidente» e dopo un viaggio caratterizzato da un silenzio tombale Fortuna scopre nella maniera peggiore la realtà dei fatti: vedendola con i propri occhi.
Gennaro afferma: «L’arma dei carabinieri ci ha abbandonato, non abbiamo ricevuto il minimo supporto» e Fortuna rincara la dose: «Noi non abbiamo mai visto nessun collega di Salvatore, nè nell’immediato nè negli anni seguenti. Sono scomparsi tutti». Gennaro poi conclude: «Bardellino Antonio, Iovine Mario, Schiavone Francesco, Venosa Massimo, Bidognetti Francesco. Salvatore sfidò a viso aperto tutti questi camorristi. Un carabiniere a quell’età che combatte quelle persone è scomodo, lo sappiamo. Ma perchè? Perchè ucciderlo?». Questa è la domanda che attanaglia la famiglia Nuvoletta da quel pomeriggio di 42 anni fa, e che l’ha portata a condurre una battaglia solitaria per vedere riconosciuto il valore del fratello.
Battaglia che ha portato dopo 14 anni ad un processo, inizialmente facente parte del processo Spartacus ed in seguito stralciato da esso, a cui è conseguita la condanna dell’esecutore materiale dell’omicidio, Antonio Abbate, appartenente alla famiglia Lubrano, ed ideatore anche della logistica del colpo. Abbate è stato condannato a 12 anni di galera, il massimo per un collaboratore. Una briciola di giustizia in un mare di inconcludenza, troppo poco per una vicenda che presenta ancora troppi lati oscuri. Abbate era una pedina, ed è diventato capro-espiatorio, mentre la famiglia Nuvoletta chiede ancora verità.
Poi arriva la notizia. Francesco Schiavone collabora con la giustizia e parla tra le indiscrezioni dell’uccisione di un carabiniere; la famiglia Nuvoletta sobbalza. Alberto si espone: «Con il pentimento di Schiavone noi vogliamo sapere la verità, i mandanti e il perché. Perché mio fratello è stato ucciso». Fortuna spiega poi in maniera esaustiva che cosa significherebbe per i familiari di Salvatore conoscere la verità di quel giorno: «Passare da un dolore della famiglia ad un dolore della comunità. Perché Salvatore appartiene alla comunità, ed ha lottato e perso la vita per essa. Quei clan uccidevano i bambini, mio fratello nel momento più alto del suo sacrificio ne ha salvato uno. Cosa ne penso del pentimento di Schiavone? Opportunismo, una scelta per stare vicino alla famiglia, perché lui può riunire la sua, noi no». Parole ciniche, piene di un più che giustificato rancore e risentimento, che lasciano trapelare però la voglia di rivalsa per Salvatore, la speranza che la figura di un carabiniere che combatte i camorristi in un ambiente corrotto e omertoso non venga dimenticata, e continui ad affascinare gli italiani, come è giusto che sia. L’Italia e la Campania hanno bisogno di simboli, e Salvatore Nuvoletta lo è. Da giornalisti, è nostro dovere cercare di scolpire la storia di Salvatore nella mente di tutti, e lotteremo ogni giorno per far sì che ciò avvenga.
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