
Quando l’ho visto salire sul palco – per la prima volta in vita mia – accompagnato dai suoi sei musicisti, ho pensato che Ziggy Stardust o Iggy Pop si fossero reincarnati in lui. Invece no, era “solo” Lucio Corsi. Ma credetemi, un po’ ci sono rimasto. Lucio Corsi incanta San Leucio: un concerto tra sogno e realtà, tra rock e poesia.
Ieri sera, al Belvedere di San Leucio per la rassegna “Un’ estate al Belvedere”, Lucio Corsi – ormai consacrato nuovo profeta del cantautorato italiano – ha portato in scena un concerto che è stato molto più di un semplice live: un viaggio tra glam, favole moderne e sincerità d’altri tempi. Un racconto sonoro sotto le stelle, capace di tenere il pubblico sospeso tra l’incanto e l’energia viscerale del rock più teatrale.
L’atmosfera, già di per sé surreale, era quella delle grandi serate. La luce calda del tramonto ha lasciato spazio alla luna, mentre le prime note di salivano alla grande, danzando sulle facciate borboniche. Lucio entra in scena con passo deciso, vestito come un personaggio venuto da un altro tempo – o forse da un altro universo. La voce, come sempre, è quella limpida e un po’ sfrontata di chi ha qualcosa da dire ma non ha fretta di farlo. Apre mondi con le parole, li chiude con gli accordi.
Il concerto si è mosso tra i brani più iconici del suo repertorio e le tracce dell’ultimo album “Volevo essere un duro”, portato a Sanremo e ormai diventato manifesto generazionale. “Francis Delacroix”, “Il Re del rave” e “Sigarette” sono piccole sinfonie in technicolor, narrazioni sospese tra realismo magico e psichedelia di provincia. “Tu sei il mattino”, il pezzo di molte spanne sopra a tutti. Ogni canzone sembra uscita da un cassetto dimenticato dell’anima, dove convivono l’infanzia, l’amicizia, l’amore, i bulli di scuola media e la poesia che nasce dai marciapiedi più che dalle nuvole.
Lucio Corsi, da vero rock and roll man, non cerca l’esattezza: cerca la verità, anche quando è strana, anche quando è storta. La sua voce, a tratti fragile, si fondeva con la chitarra elettrica in un abbraccio pieno di malinconia e luce. Caserta ha risposto con calore, con emozione, con una partecipazione che raramente si vede nei festival estivi. Non era il solito concerto, non era solo musica: era una dichiarazione d’identità, un invito a restare umani, surreali, e un po’ folli.
Lucio Corsi ieri sera non ha solo cantato. Ha raccontato storie, ha evocato fantasmi gentili, ha fatto brillare la polvere. E nel farlo, ha dimostrato che il nuovo cantautorato italiano non solo esiste, ma può essere libero, coraggioso, profondo. E bellissimo. Speriamo non si perda mai, questo nostro caro Lucio Corsi.
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