
Luigi Pirandello è l’unico scrittore italiano del Novecento che ha ottenuto un grande successo sul piano internazionale. Dal suo nome derivano termini come “pirandelliano”, per indicare una situazione paradossale, e “pirandellismo”, per indicare atteggiamenti ispirati al moderno relativismo. La sua opera riflette la frantumazione dell’io e la disgregazione di un mondo ordinato, interpretabile con gli strumenti della ragione, proponendo invece una realtà variegata e in continuo divenire.
Pirandello nacque a Girgenti, l’attuale Agrigento, nel 1867 da una famiglia agiata. Il padre dirigeva alcune miniere di zolfo, mentre la madre proveniva da una famiglia di patrioti antiborbonici. Dopo il diploma, Pirandello accettò di lavorare nell’impresa di famiglia e si iscrisse alla facoltà di legge e lettere dell’Università di Palermo. Abbandonata l’esperienza lavorativa, si trasferì a Roma per proseguire gli studi in lettere, laureandosi infine in filologia romanza a Bonn, in Germania. Tornato in Italia, iniziò a dedicarsi alla narrazione, pubblicando il suo primo romanzo, “L’esclusa”, nel 1901.
Pirandello sposò la figlia di un socio d’affari del padre, ma un allagamento nelle miniere di famiglia provocò un grave dissesto economico, portando sua moglie a una crisi nervosa che sfociò nella follia. Questa difficile convivenza influenzò profondamente la sua visione della famiglia come trappola. In seguito, per mantenere la famiglia, Pirandello iniziò a dare ripetizioni private, a scrivere articoli di giornale e a intensificare la produzione di novelle e romanzi. Tra le sue opere più celebri di questo periodo si annovera “Il fu Mattia Pascal” (1904).
Durante la sua carriera, Pirandello scrisse numerose novelle e romanzi, molti dei quali pubblicati sul “Corriere della Sera”. Nel campo teatrale, raggiunse il successo con opere come “Sei personaggi in cerca d’autore”, che rappresentò una profonda rivoluzione del linguaggio drammatico. Seguì poi le compagnie teatrali in tutta Europa, dirigendo il Teatro d’Arte di Roma dal 1925.
Negli ultimi anni della sua vita, Pirandello abbracciò elementi surrealisti, esplorando temi come l’inconscio, i miti e i simboli. Il suo romanzo “Uno, nessuno e centomila” rappresenta un’opera fondamentale di questa fase. Nel 1934 ricevette il premio Nobel per la letteratura e continuò a lavorare fino alla sua morte nel 1936.
Pirandello elaborò una poetica dell’umorismo nel volume “L’umorismo”, pubblicato tra il 1904 e il 1908. Egli distingue tra l’avvertimento del contrario, che è il comico, e il sentimento del contrario, che rappresenta l’umorismo vero e proprio. Questo permette di cogliere la realtà in tutte le sue sfaccettature, rivelando il tragico nel comico e viceversa.
Pirandello mise in discussione l’oggettività della conoscenza scientifica tipica del positivismo, sostenendo un relativismo conoscitivo. Influenzato da filosofi come Schopenhauer, Binet, Bergson e Nietzsche, Pirandello vedeva la realtà come un continuo divenire, in cui l’identità dell’individuo si frammenta. Questo porta alla visione della vita sociale come una “pupazzata” e alla critica delle istituzioni come la famiglia. L’uomo pirandelliano è un “forestiere della vita”, isolato e consapevole della relatività della verità.
Pirandello rappresenta una voce unica nel panorama letterario del Novecento, capace di riflettere le contraddizioni e le complessità della modernità. La sua opera continua a essere studiata e apprezzata per la profondità con cui esplora la natura umana e le sue infinite sfaccettature.
di Valeria Marchese
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