
Il 9 settembre i principali leader mondiali si sono incontrati a Nuova Delhi per il summit conclusivo del G20. In questa occasione, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha invitato Vladimir Putin a partecipare al prossimo G20 che si terrà a Rio de Janeiro il prossimo anno. L’invito del presidente Lula ha suscitato grande scalpore, soprattutto in seguito al mandato d’arresto della Corte penale internazionale, emanato contro Putin il 17 marzo. La Corte non è riconosciuta dalla Russia, ma il Brasile ha ratificato lo statuto di Roma. Lula ha dichiarato “se sarò presidente del Brasile, e lui verrà in Brasile, non ci sarà alcuna possibilità che venga arrestato”.
Circa due giorni dopo, il presidente brasiliano ha ritrattato quanto detto, sostenendo che la scelta di trattenerlo “spetterà alla magistratura brasiliana e non al governo”. Anche alla luce di queste nuove dichiarazioni la posizione del presidente Lula appaiono piuttosto discordanti, già a partire dalla sua campagna elettorale Lula è parso più vicino agli alleati del BRICS. Una novità rispetto ai precedenti due mandati nei quali si è dimostrato grande alleato e collaboratore dell’Occidente.
Il cambio di Lula porterebbe un grande spostamento sull’asse delle alleanze internazionali, il Brasile, pur rimanendo un’economia estrattiva e molto dipendente dalle sue grandi risorse naturali, resta la più grande economia del Sud America e possibile traino del continente.
Luiz Inácio Lula da Silva nasce a Caetés nello Stato brasiliano di Pernambuco da una famiglia numerosa e particolarmente povera. Dopo aver svolto alcuni lavori umili, nel pieno della dittatura militare, Lula è un sindacalista in rampa di lancio, nel 1980 fonda il Partido dos Trabalhadores e perde le sue prime elezioni contro il candidato populista di destra Fernando Collor de Mello. Il 27 ottobre 2002, sale per la prima volta al Planalto ottenendo al ballottaggio il 61% dei voti (52,4 milioni di voti, fino ad allora record nella storia del Brasile democratico). Viene riconfermato nel 2006 dove fa registrare il 60,83% dei voti al ballottaggio (58,2 milioni di voti, nuovo record). Dopo le accuse mosse contro di lui nel 2016, trascorre 580 giorni in carcere poiché ritenuto colpevole di aver intascato una tangente in cambio di contratti con la compagnia petrolifera di Stato Petrobras, le accuse verranno ritenute politicamente motivate e la condanna sarà annullata. Nel 2022 vince le elezioni contro Jair Bolsonaro, al ballottaggio ottiene il 50,9% dei voti (60,3 milioni di voti, ulteriore record).
Durante il suo primo mandato, Lula, adottò un atteggiamento pragmatico e razionale per attirare investimenti nel paese: capì la necessità di dotare il paese di sicurezza giuridica, che non si potevano adottare politiche di retorica nazionalista, riuscì ad intessere delle alleanze anche con coloro che erano ideologicamente lontani da lui e fu molto moderato sul piano internazionale. All’epoca la dottrina internazionalmente dominante era quella del Washington consensus, ergo un’idea di liberal-democrazia di stampo occidentale particolarmente diffusa.
Oggi lo scenario è molto diverso rispetto a quello di 20 anni fa, il contesto globale non è più dominato dall’economia di mercato, dalle economie liberali e dai vecchi impianti delle democrazie rappresentative. Lula, da sempre pragmatico nelle sue alleanze, potrebbe abbandonare il precedente approccio e rinverdire i principi antiliberali e anticapitalisti che lo hanno reso popolare anni fa.
Quando Lula cominciò la propria carriera politica partendo dai sindacati la dittatura era ancora imperante, successivamente si scontrò contro i candidati conservatori che dominarono il Brasile fino ai primi del 2000. Negli anni precedenti le idee di Lula hanno fatto breccia nell’opinione pubblica brasiliana e lo hanno portato a ricevere enormi consensi. I primi due mandati di Lula furono un grande successo, il primo presidente di sinistra della storia del Brasile democratico, pur barattando in parte i suoi ideali, riuscì a sfruttare a pieno il contesto storico dell’epoca, probabilmente il migliore dai tempi della seconda metà dell’Ottocento. Ma la capacità di sfruttarlo a pieno, riuscendo a mantenere ottimi rapporti sia con gli alleati liberal-democratici (USA ed Europa su tutti) che con quelli di stampo socialista o comunista (paesi sudamericani, Russia e Cina) è qualcosa che va solo lodato. Non è un caso che alla chiusura del suo secondo mandato il suo tasso di gradimento fosse dell’80% e che la fiducia nei suoi confronti e nei confronti del suo partito abbia portato all’elezione di Dilma Rousseff.
Dopo gli scandali e le accuse, poi rivelatesi infondate, che hanno riguardato Lula e Dilma Rousseff, il Brasile ha vissuto periodi di grandi cambiamenti. L’opinione pubblica si è trasformata fino a portare all’elezione del candidato populista e ultraconservatore del partito liberale Jair Bolsonaro. La presidenza Bolsonaro ha seguito le orme di quella del suo amico Donald Trump, catastrofica dal punto di vista climatico, con scarsi risultati e scelte quantomeno contestabili su quello economico e polarizzante sul piano dell’opinione pubblica. A completare lo strano puzzle di somiglianze, mentre Bolsonaro era in Florida, i sostenitori del presidente uscente hanno preso d’assalto e hanno piazzato ordigni esplosivi negli edifici istituzionali brasiliani. Al momento sono in corso i processi per coloro che sono stati coinvolti nelle rivolte e Bolsonaro è stato dichiarato ineleggibile fino al 2030 dal Tribunale Supremo Federale.
Il Brasile è un paese fortemente polarizzato, generalmente machista e piagato da un razzismo endemico, la maggior parte della popolazione bianca, che in Brasile costituisce circa il 47%, vive in condizioni tendenzialmente migliori rispetto a quella mulatta (43% circa), nera (7,6%) e amerinda. Una parte degli elettori borghesi di Bolsonaro si definisce la “gente do bem” e non ha apprezzato le proteste violente atte a negare l’elezione di Lula. La società brasiliana ha dimostrato di avere degli anticorpi capaci di contestare delle derive antidemocratiche, ma la polarizzazione e lo scontro resta. Se metà della popolazione vede Bolsonaro come il grande nemico, l’altra metà parla allo stesso modo di Lula. Il nuovo presidente è da sempre maggiormente legato a frange proletarie e tendenzialmente più povere della popolazione, soprattutto coloro che vivono nel nordest, a Pernambuco, di cui Lula è originario. La figura quasi messianica che ha assunto in quello che gli esperti definiscono “lulismo”, se da un lato ha contribuito ad aumentarne la popolarità, dall’altro ha generato grandi contestazioni.
Lula ha immediatamente dichiarato che sarebbe stato “il presidente dei brasiliani” non solo di lo ha votato, le sue prime riforme si sono concentrate sulla riduzione dell’inflazione ereditata dalla precedente amministrazione (nel 2022 era al 9,28%, oggi è scesa sotto il 6%), ha nominato l’attivista Marina Silva come nuova ministra dell’Ambiente affidandole il compito della “deforestazione zero” dell’Amazzonia entro il 2030 (durante la presidenza Bolsonaro aveva raggiunto il ritmo di migliaia di kilometri quadrati l’anno per favorire grandi aziende produttrici di soia e per l’allevamento del bestiame, Lula ha annunciato di aver ottenuto una riduzione del 60% rispetto all’anno precedente) e ha messo in primo piano il dramma della povertà e della fame che affligge la popolazione brasiliana (nel 2022 quasi 30milioni di brasiliani soffre la fame, con il picco di 33 milioni durante la pandemia di Covid-19, mentre secondo PNADC, 62,9 milioni di brasiliani, il 29,6% della popolazione, nel 2021 viveva con 496R$, il dato sarebbe cresciuto di 9,6 milioni di persone rispetto al 2019, in media un brasiliano guadagna ogni mese 3132R$).
Gli obiettivi di Lula sono molteplici, ma non è chiaro come intenda perseguirli. Inoltre, il Brasile ha un grave problema di sicurezza, è il diciassettesimo paese al mondo per tasso di omicidi, 22.4 omicidi per 100mila Anche tra i sostenitori di Lula oltre alla parte riformista, moderata e democratica si affianca una parte oltranzista e radicale del Partito dei lavoratori che più volte ha mostrato vicinanza e complicità verso regimi politici non più democratici che violano i diritti umani a più riprese (Cuba, Nicaragua, Venezuela).
Nel contesto delle alleanze, la presidenza di Lula è stata accolta con favore dalla maggior parte dei capi di stato e di governo; il Brasile ricopre un ruolo di primaria importanza nel gioco delle alleanze. Il paese è il gigante del Sud America e fa da traino per tutto il continente, in un contesto nel quale Cile e Argentina sono alle prese con forti scissioni interne e devono affrontare grossi cambiamenti, un governo di sinistra brasiliano potrebbe comunque spostare l’ago della bilancia per gli altri soggetti coinvolti nelle questioni continentali. Allo stesso tempo è di primaria importanza per gli alleati occidentali, il Brasile è il più grande esportatore di proteine animali (l’Italia ne fa larghissimo uso, lo zebù brasiliano è molto usato per la produzione di bresaola ad esempio), è un grande venditore di materie prime e di energia idroelettrica ed è probabilmente una delle chiavi di volta per la lotta alla crisi climatica. In fine è un membro dei BRICS, ergo intrattiene rapporti con Russia, India, Sud Africa, ma soprattutto Cina.
La Cina è il principale partner commerciale del Brasile, essendo quello verso il quale si concentra il 28% delle esportazioni (il secondo sono gli Stati Uniti con il 13%) e che fornisce il 21% delle importazioni (anche qui secondi sono gli USA con il 18%). Il pragmatismo di Lula potrebbe portarlo a voler rinforzare i legami con la Cina e con gli altri paesi del gruppo BRICS per portare a termine le riforme prima citate. Se a questo aggiungiamo che i BRICS sono recentemente dimostrati propensi all’apertura del proprio gruppo verso altri 6 Stati (Etiopia, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Iran e Argentina) e che Lula sembra voler ricoprire la figura di mediatore tra quelli del G20 e dei BRICS, ecco che il quadro si complica. Un’alleanza economica del Brasile non desta particolari preoccupazioni, la maggior parte di questi paesi, ad esclusione della Cina, ha una crescita trascurabile, quasi stagnante, sono afflitti da molteplici problemi e sono economie soprattutto estrattive. Ma sono le questioni climatiche e sociali a tenere banco. Cina, Russia e India sono i principali paesi inquinanti e andrebbero disincentivati, se il Brasile dovesse evitare di spingere sulla questione climatica per non indispettirli si rischierebbe di vanificare tutti gli sforzi fatti. Mentre l’ambito sociale preoccupa sopratutto se guardiamo alle questioni umanitarie, quasi tutti gli appartenenti al gruppo, e forse ancor più i nuovi candidati, sono Stati che violano i diritti umani a più riprese, antidemocratici e direttamente o indirettamente coinvolti in aggressioni internazionali. Presumibilmente la cosa non dovrebbe avere una grande influenza nella vita del popolo brasiliano, ma il Brasile è uno Stato con molte criticità sociali che potrebbe non reggere ad ulteriori colpi che radicalizzino la mentalità della popolazione e questo potrebbe riversarsi in tutto il Sud America che già vive una situazione molto difficile.
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