
Stop ai nomi “da carne” per prodotti vegetali. L’Unione Europea l’8 ottobre 2025, con 355 voti favorevoli e 247 voti contrari, ha approvato un emendamento, voluto dai Popolari che vieta l’uso di denominazioni solitamente associate a prodotti di origine animale per indicare tutti i vari prodotti derivati da proteine vegetali, come soia o proteina del pisello. Dopo una negoziazione con gli stati membri, il regolamento potrebbe entrare in vigore dal 2028 e le varie aziende non potranno usare più termini come “burger vegetariano“, “bistecca di seitan” o “salsiccia vegan“.
In Italia negli ultimi anni la domanda, e quindi l’offerta, dei cibi vegetali è in forte aumento. L’Istituto di Ricerca degli italiani, Eurispes, ha pubblicato a maggio dello scorso anno un rapporto dove emerge questa crescita: nel 2024 il 9,5% degli intervistati si dichiarò vegetariano o vegano, mentre nel 2023 solo il 6,6%. Crescono i consumatori e crescono anche le aziende: si parla di un mercato che solo in Italia frutta ogni anno più di 600 milioni di euro. E continuano a nascere anche ristoranti vegani e vegetariani in tutt’Italia: sulla piattaforma The Fork i locali vegan sono 275, con un incremento rispetto al 2024 del +18%, e quelli vegetariani sono 562, con un aumento del +27%.
«Il mercato vegan – anche secondo Gennaro Gagliano, proprietario di una macelleria a Napoli, a via Belvedere, dove si cucinano solo prodotti vegani (eccezion fatta per i cibi a base di melanzane che sono vegetariani) – è cresciuto: se prima 4 persone su 10 sceglievano l’alternativa vegetale, oggi sono 8 persone su 10 che scelgono di alternare o sostituire la carne con questi nuovi prodotti. Questo perché oggi tutti possono vedere in maniera trasparente ciò che accade all’interno dei macelli».
Ma cosa cambia per questi produttori e venditori del settore veg con quest’emendamento? «Io sono stato il primo – dichiara Gennaro Gagliano – a essere stato contattato dal ministero dell’economia nel 2016 poiché avevo un sito dove chiamavo salsiccia o polpette delle alternative vegetali. Mi fu vietato di chiamare i miei prodotti in quel modo e, senza scoraggiarmi, ho chiuso il sito web e ho iniziato lavorare privatamente nel mio negozio e su Whatsapp, spendendo in tutt’Italia. Il problema, però, sorge all’industria dei prodotti vegetali presenti al supermercato, che dovranno cambiare nomi».
La motivazione fornita dall’UE e dai vari promotori della legge è che «il consumatore non deve essere disorientato», come dichiarato da Dario Nardella del Partito Democratico. L’accusa è che, chiamando i prodotti vegetali con nomi associati tipicamente alla carne, o anche che li ricordano, come racconta la nota azienda di prodotti vegan “Fermaggio”, si sta frodando il consumatore cercando di vendere qualcosa per qualcos’altro.
«Io penso – continua Gennaro Gagliano – che bisogna aggiungere la scritta “vegetale”, perché effettivamente la confusione esiste e sono nomi storicamente abbinati alla carne. La forma può ingannare, però quando tu aggiungi la scritta “vegetale” vicino al nome la confusione non c’è». Dunque, trasparenza sui prodotti e consumatori tranquilli. «Il mio nuovo salame vegetale ricorda quello di carne per odore, forma, consistenza e sapore, perché non lo dovrei chiamare salame? Si tratta di un prodotto cucinato partendo da un biologico e stagionato con muffe nobili, che, come visto dalle analisi di shelf life, dura 3 mesi».
L’eurodeputato Nardella sottolinea, inoltre, che «il consumatore se trova la salsiccia vegetale può pensare che l’apporto proteico sia paragonabile a quello animale». Tuttavia, lo stesso tipo di trasparenza vale anche per la tabella nutrizionale: «nel prodotto industriale – afferma Gagliano – basta vedere semplicemente il valore nutrizionale della tabella sulla confezione – presente per legge su tutti i prodotti del supermercato veg o meno – e alcuni prodotti sono anche superiori rispetto alla controparte a livello proteico».
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