
È l’istruzione, come avrete ormai capito, il tema che fa da sfondo a questo nostro numero di settembre. E l’istruzione, in Italia, è forse il settore che più di tutti è alla mercè della propaganda politica, pagando il sacrificio delle nuove generazioni per l’ottenimento del consenso da parte di quelle vecchie. È risaputo ormai che un compito imprescindibile di ogni ministro dell’Istruzione/Università pare essere quello di stravolgere il settore sui temi più di punta, come l’esame di maturità, o, come l’ultimo esempio, il numero chiuso a medicina.
Poco importa se le decisioni sono prese in barba ai pareri di esperti, tecnici e destinatari stessi delle riforme; poco importa se si gioca con la cultura delle future generazioni. L’unica cosa che conta è lasciare il timbro durante la tua esperienza di Governo, per far vedere di aver fatto qualcosa.
Ecco, in questa prassi consolidata di una classe dirigente che si diverte a decidere per conto di milioni di studenti senza chiedere il loro parere, abbiamo fatto una pazzia: abbiamo chiesto il loro parere.
Gli studenti da noi intervistati sono gli esponenti principali delle 3 associazioni di rappresentanza della Federico II: Confederazione degli studenti, Unione degli Universitari e Link Napoli.
La rappresentanza è un valore cardine dell’ambiente universitario come ci spiega il senatore accademico di Udu, Paolo Barbera: «È importante avere un gruppo di persone che facciano da mediatori e si frappongano tra l’enorme quantità di studenti e la governance per riuscire in qualche maniera a migliorare alcuni servizi e introdurre nuovi benefit».
Essere, dunque, un anello di congiunzione dà l’opportunità agli studenti di vedere in prima persona le risposte dell’Ateneo alle proprie esigenze. Nicola Liguori, consigliere uscente per Confederazione degli studenti del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, nota una difficoltà da parte dell’Ateneo dovuta probabilmente ai tagli sui fondi a livello nazionale: «Non abbiamo mai trovato un atteggiamento ostile da parte dell’Ateneo nel dirci ‹no ragazzi, questa cosa non si può fare›, anzi abbiamo sempre cercato insieme di trovare delle soluzioni comuni, però spesso ci ritroviamo di fronte alla criticità oggettiva di non poter arrivare ad alcuni risultati, abbiamo avuto delle carenze strutturali soprattutto nella capacità di fondo nel collocare alcune risorse».
È pur vero che, al netto di uno Stato che le università le accantona, che quest’ultime sembrano metterci del loro. Ce lo spiega la nuova Consigliera degli Studenti d’Ateneo per Link Napoli, Maria Teresa Tinchese: «Se da un lato assistiamo a un processo di individualizzazione inevitabile che colpisce la società tutta, dall’altro lato è anche vero che l’università è sempre meno accessibile. È difficile avvertire come si tratti di un percorso che permette davvero di formarsi. Non c’è neanche il tempo di maturare uno spirito critico, con i gravi problemi di spazi, orari assurdi. È solo una continua corsa, perché devo riuscire a finire questo percorso in determinati tempi prestabiliti e in determinati paradigmi definiti».
E su questa disaffezione dello studente vanno a braccetto le dichiarazioni di Barbera (Udu): «Uno dei dati che mi vengono in mente sono quelli delle votazioni perché, se guardiamo l’affluenza all’inizio degli anni ‘90, l’affluenza era molto alta. Oggi c’è una percentuale bassissima di voto in Federico II, ed è un peccato perché, a prescindere dai voti che una lista può fare, siamo poco rappresentativi».
È con la nostra domanda finale, sulle principali battaglie che intenderanno portare in futuro, che si notano le principali sfumature diverse delle 3 associazioni. Chi, come Barbera (Udu) è legato alla questione del caro affitti e del benessere psicologico: «Secondo un report di Immobiliare.it sulla situazione affitti dello scorso anno, il costo medio di una stanza è aumentato di altri 50 euro al mese; continuando così tra 3-4 anni avremo i prezzi di Milano, a fronte di alloggi studenteschi che sono quasi inesistenti a Napoli, una roba assurda. Sarà poi necessario lottare per aprire uno sportello d’ascolto, soprattutto per i casi di mobbing all’interno dell’Ateneo, come già c’è per i docenti».
Chi, come Trinchese (Link), è focalizzato, oltre che sul già citato benessere psicologico, anche su battaglie ideologiche come la questione palestinese: «Dobbiamo ricordarci che le università sono istituzioni che si inseriscono in precisi rapporti di forza sul territorio. E quindi dobbiamo riportare quelle che sono battaglie politiche all’interno dei nostri atenei. I nostri atenei devono prendere effettivamente posizione su quello che succede, non possono essere queste cattedrali del deserto».
E infine chi, come Liguori (Confed) è più legato alla pragmaticità: «Non dico che noi dobbiamo rincorrere l’ossessione per il merito e l’ossessione per essere migliori, ma sicuramente dobbiamo creare un ambiente che ci metta nelle condizioni di avere una formazione che meglio riesca ad avvicinare le nostre sensibilità, quindi che ci permetta di personalizzare il nostro percorso rispetto a quelle che sono le nostre esigenze e le nostre ambizioni. Da questo punto di vista credo che l’Ateneo debba realizzare un aspetto formativo sempre più flessibile, personalizzato per le nostre esigenze professionali. Inoltre, l’impegno di quest’anno sarà quello di dialogare con Adisurc (Azienda per il Diritto allo Studio Universitario della Regione Campania), con la quale abbiamo un ottimo rapporto, per cercare di ottenere una mensa universitaria per il centro storico, dato che ne siamo ancora sprovvisti».
Un ampio ventaglio di idee da parte di quella fetta di popolazione che, ogni anno, subisce gli effetti sul proprio futuro delle decisioni prese ai pani alti. Una precisa fetta che, però, cerca di non restare silente e cambiarselo da sé, il futuro.
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