
La Campania si conferma al centro di un quadro complesso e, per certi versi, preoccupante sul fronte della salute e degli stili di vita. Gli ultimi dati Istat raccontano una regione sospesa tra tradizione e cambiamento: resistono alcune buone abitudini della dieta mediterranea, che tutti ci invidiano, ma emergono segnali evidenti di peggioramento, soprattutto tra i più giovani.
Il dato che colpisce di più è il primato regionale per il numero di persone in sovrappeso, una tendenza in crescita da anni. Se si guarda all’obesità vera e propria, altre regioni, come Molise e Basilicata, registrano percentuali più elevate.
È tra i bambini e gli adolescenti campani — dai 3 ai 17 anni — che si osserva il quadro più allarmante. Un record negativo che accende i riflettori sulle condizioni di salute delle nuove generazioni, ma il problema va oltre l’alimentazione. È l’intero stile di vita a destare preoccupazione. La fragilità dei giovani emerge anche nei percorsi scolastici e lavorativi: tra i 18 e i 24 anni l’abbandono scolastico è ancora molto diffuso, soprattutto tra i maschi, e meno della metà di loro ha un’occupazione. Un intreccio pericoloso, perché proprio tra chi ha un livello di istruzione più basso si registrano i tassi più alti di sovrappeso e obesità, a conferma di un legame stretto tra condizioni sociali e salute.
Non va meglio sul fronte dell’attività fisica: in Campania si fa poco sport, come in Sicilia e Calabria. A questo si aggiunge una percentuale di fumatori superiore alla media nazionale, ulteriore fattore di rischio.
Eppure, nella dieta quotidiana resistono elementi positivi: il pranzo resta il pasto principale, spesso consumato in casa; l’olio d’oliva è largamente utilizzato e il consumo di sale è relativamente contenuto. Legumi, pasta e pesce continuano a essere i protagonisti a tavola, mentre il latte e i formaggi mantengono un ruolo più marginale. Anche sul fronte degli alcolici, i consumi sono più bassi rispetto ad altre regioni e, generalmente, legati ai pasti. Pochi i cocktails, meglio un amaro.
Accanto a queste buone pratiche, però, si fanno strada abitudini meno salutari, sempre più vicine a modelli alimentari “d’importazione”. In Campania si consuma meno frutta e verdura rispetto alla media nazionale, mentre aumentano la carne rossa, i salumi e le uova. La carne bianca resta indietro. A preoccupare è soprattutto il boom di snack e bevande gassate, che vede la regione ai primi posti in Italia.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: si mangia di più e peggio, con un crescente ricorso a prodotti ultraprocessati e bevande che, se consumate in eccesso, diventano un rischio concreto per la salute. Il tutto aggravato da una crescente sedentarietà.
Il quadro complessivo è chiaro: accanto a problemi storici se ne stanno affiancando altri, lontani dalla tradizione alimentare campana. Per invertire la rotta bisogna investire sui giovani, soprattutto quelli più esposti al disagio sociale. Puntare sull’istruzione, sull’educazione alimentare e sull’attività fisica non è solo una scelta di benessere, ma una strategia fondamentale per ridurre, nel tempo, l’impatto delle malattie croniche e i costi per il sistema sanitario.
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