
Il livello di civiltà di una società può probabilmente misurarsi sulla base dell’importanza riconosciuta alla maternità e all’allevamento dei bambini.
In un’epoca come la nostra, in cui la cura dell’infanzia si divide schizofrenicamente tra mode psico-pedagogiche e lo stato di abbandono a cui sono invece ridotte le fasce più deboli della società (immigrati, poveri ecc.), forse si può imparare qualcosa dall’approccio ai temi della maternità e della cura dei più piccoli usato in Terra di Lavoro ancora tra fine Ottocento e inizi Novecento. Allora, il dibattito era sull’abolizione del sistema della ruota degli esposti e la propensione per il più civile sistema delle case di maternità, dove a ricevere assistenza sarebbero state le mamme insieme ai piccoli, preservandone l’indissolubile legame affettivo. Ma vediamo come si gestiva, a livello locale sulla base della normativa nazionale, il problema dei “trovatelli”, elementi di “scarto” delle classi più povere, e come si tentava di garantirne la sopravvivenza.
Abbondantissime sono le testimonianze nelle carte dell’Amministrazione provinciale di Terra di lavoro, conservate nel nostro Archivio, che provvedeva al loro mantenimento nei brefotrofi del territorio, ma gestiva anche l’aspetto della loro cura nei primissimi anni di vita, quando la loro sopravvivenza poteva essere garantita solo attraverso la cosiddetta “lattazione esterna”, cioè l’affidamento ad una balia, interna od esterna ad una struttura di assistenza.
I numerosi regolamenti e le frequenti circolari dell’Intendente di Terra di lavoro enucleavano la ratio di questa scelta: affidare un bambino ad una madre di latte ne consentiva la sopravvivenza e al contempo garantiva un’entrata economica a quest’ultima. Certo, bisognava pure scongiurare le frodi: la presa in carico di più trovatelli, esponendoli al rischio della denutrizione; i frequenti casi di puerpere che “esponevano” il proprio bimbo per poi chiederne l’affidamento a balia in cambio della “mercede” prevista dalla legge, corrisposta per metà dall’Amministrazione provinciale e per metà dal Comune di appartenenza, motivo per il quale si impose la verifica che le aspiranti balie avessero perso il proprio figlio naturale o che, se nubili, riconoscessero il trovatello come proprio figlio naturale.
La necessità di migliorare le condizioni igieniche e nutritive della primissima infanzia, legittima o abbandonata, era evidentemente un problema pesante, tanto che nel 1901 si promuoveva a Firenze, presso l’Ospedale degl’Innocenti, sotto l’alto patronato della Regina, il secondo Congresso nazionale per l’igiene dell’allattamento e la tutela della prima infanzia. Temi del congresso erano la regolamentazione dell’allattamento mercenario, la discussione intorno all’opportunità dell’esistenza dei brefotrofi, la promozione dell’allattamento materno.
Da un prospetto delle autorità preposte nella provincia di Caserta alla cura dei trovatelli, relativa al precedente periodo 1876-1879, emerge un quadro molto cupo della situazione dell’infanzia abbandonata: una media di 2471 trovatelli all’anno presenti nelle strutture di assistenza, di cui 655 ammessi al baliatico; 212 cessati dal baliatico di cui nessun adottato, 5 affiliati o legittimati, 4 collocati, 354 morti, 37 riaffidati alle proprie madri naturali per mancanza di balie. Colpiscono soprattutto due dati: il numero bassissimo di bambini che, alla cessazione del baliatico per raggiunti limiti di età (intorno ai 7 anni), trovavano una famiglia stabile; l’altissima mortalità degli esposti.
Ma c’è di più, in questo tema così importante e fondativo di ogni società e comunità, e cioè la componente psicologica che accompagna le scelte guidate e promosse dallo Stato. Tenendo presente questa, non possiamo non provare una grandissima tenerezza per Filomena Ragozzino, che riceve a balia dalla Congregazione di carità un trovatello della ruota della città di Caserta: ce la immaginiamo, 40enne al momento dell’affidamento del piccolo o della piccola, e quindi sposatasi tardi per quei tempi (nel 1864, a 24 anni), rincorrere una gravidanza il cui frutto le sfugge dolorosamente dalle mani quando partorisce e perde, nel giro di 8 giorni, il piccolo Ciro. All’esposto raccolto dalla ruota di Caserta darà il latte che sarebbe stato di Ciro e in quel seno nutriente conforterà il proprio desiderio di maternità negata.
di Fortunata Manzi
direttrice Archivio di Stato di Caserta
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