
Nell’era dell’immagine, nell’epoca in cui vita pubblica e vita privata vivono una commistione generata dalla costante presenza delle luci dei riflettori rinchiuse nel flash del proprio smartphone (o di quello degli altri), anche la vita criminale si mette “in vetrina” attraverso i social media.
I criminali – soprattutto quelli affiliati alle criminalità organizzate – sono sempre stati alla ricerca di un equilibrio tra l’ostentazione di uno stile di vita alto, lussuoso, e il tentativo di nascondere e non rendere evidente tale lusso, perché riconducibile ai crimini che compievano. La piazza del paese è stata, soprattutto fino alle ultime decadi del ventesimo secolo, anche una passerella per rendere visibile ricchezza e potere e per affascinare giovani e meno abbienti, per far nascere il desiderio di venerazione ed emulazione a qualunque costo.
Nell’era dei social media, del “posto quindi esisto” e del protagonismo generato dal poter diventare famosi semplicemente utilizzando il proprio telefono cellulare, chi conduce una vita criminale utilizza questi nuovi canali di comunicazione per ostentare e promuovere una vita di sfarzo e lusso, non ponendosi più di tanto il problema di nascondersi agli occhi delle istituzioni.
“I figli dei camorristi cominciano ad utilizzare Facebook, oggi di più Tik Tok, come una vetrina.” , ha affermato Nicola Gratteri, capo della procura di Napoli, a Timeline, programma di Rai 3.
Una vetrina che serve sia ad affascinare i potenziali “consumatori”, facendosi vedere ricchi, con vestiti firmati, orologi d’oro e tanti soldi tra le mani, ma anche a “vendersi” come modelli, ad invogliare all’emulazione, ad approfittarsi “di tanti giovani che non sono strutturati mentalmente, che non sono stati aiutati nella crescita e nella formazione, nella scelta della loro vita e che si trovano nella fase di sviluppo della propria persona pensando che quello possa essere il loro futuro”.
Poco importa che pubblicare sui social il frutto della propria vita criminosa significa anche, in qualche modo, autodenunciare i propri crimini o comunque un determinato stile di vita fondato su illeciti. Altrettanto poco importa, a questa nuova generazione di camorristi e mafiosi, che quei contenuti possano essere visionati dalle forze dell’ordine. Diventa, anzi, una vera e propria sfida alle istituzioni e il mettersi in piazza, il creare empatia con i propri followers genera anche, più o meno consapevolmente, una sorta di rimescolamento dei fattori che portano al concetto di giustizia. Tante sono le situazioni in cui il pubblico dei social si indegna all’arresto di un criminale inveendo contro le forze dell’ordine. Come in un film si può parteggiare per il protagonista ingiustamente catturato, così i “social camorristi” diventano eroi di una storia che il pubblico si è appassionato a seguire e le cui puntate sono le stories pubblicate quotidianamente.
Un inno all’effimero, all’immagine, al superfluo, alla manipolazione della realtà, problema non di certo legato solo ai profili di camorristi, mafiosi e annessi, ma insito nell’utilizzo deviato di piattaforme che continuano ad avere potenzialità immense e positive.
Un inno all’effimero, all’immagine, al superfluo, alla manipolazione della realtà che altro non è che lo specchio di una società che continua a perdere punti di riferimento, diventando spettatrice dello spettacolo altrui, rinunciando ad essere protagonista, in favore di un atteggiamento di venerazione per tutto ciò che luccica, che produce denaro, che produce lusso.
Come sempre i social non sono il problema, ma un’espressione di esso.
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