
Ogni volta che un caso di presunta malasanità finisce sulle pagine dei giornali, l’impressione è sempre la stessa: un episodio tragico, isolato, destinato a occupare il dibattito pubblico per qualche giorno prima di essere sostituito da un’altra emergenza. Ma se si guarda oltre la cronaca, emerge un quadro molto diverso. Dietro ogni procedimento giudiziario, ogni richiesta di risarcimento e ogni famiglia che decide di rivolgersi ai tribunali, c’è un fenomeno che negli ultimi anni ha assunto dimensioni strutturali. E la Campania, oggi, ne rappresenta forse l’esempio più evidente.
A riportarlo sono i dati elaborati dall’associazione Fulop, che ha analizzato il quinquennio 2019-2023 attraverso gli accessi agli atti presso aziende ospedaliere e Asl. Il risultato è impressionante: 286,8 milioni di euro pagati per 1.462 sinistri riconducibili a casi di malpractice sanitaria. Una cifra che sfiora i 300 milioni di euro e che colloca la Campania al primo posto in Italia per valore dei risarcimenti erogati.
Non si tratta soltanto di un problema economico. Ogni euro destinato a risarcire un errore sanitario è un euro che non può essere investito in personale, nuove tecnologie, manutenzione delle strutture, prevenzione o riduzione delle liste d’attesa. È questo il vero paradosso di un sistema che finisce per spendere ingenti risorse per rimediare agli errori invece che prevenirli. Come ha osservato la consigliera regionale Michela Rostan, considerando che circa il 70% del bilancio regionale è destinato alla sanità, questi risarcimenti rappresentano una vera e propria “emorragia” di risorse pubbliche.
E ai quasi 287 milioni liquidati bisogna aggiungere anche un costo meno visibile ma altrettanto pesante: quello prodotto dalle complicanze legate agli eventi avversi. Secondo le stime dello stesso studio, si parla di oltre 22.400 giornate di degenza aggiuntive, con una spesa ulteriore di circa 15-16 milioni di euro, necessaria per curare pazienti colpiti da infezioni ospedaliere o altre complicanze evitabili.
I numeri diventano ancora più significativi quando si osserva la distribuzione delle somme liquidate dalle singole aziende sanitarie.
Secondo il dossier Fulop:
Parliamo di oltre 206 milioni di euro concentrati in poche strutture, ma il dato più preoccupante riguarda forse ciò che ancora non si conosce. Solo il 45% delle aziende sanitarie interpellate da Fulop ha infatti risposto alle richieste di accesso agli atti. Più della metà delle Asl e degli ospedali non ha fornito la documentazione richiesta.
Per questo motivo gli stessi ricercatori parlano di una fotografia inevitabilmente incompleta e ipotizzano che il valore reale dei risarcimenti possa essere molto più elevato. Una situazione che riporta al centro anche il tema della trasparenza.
La Legge Gelli-Bianco (Legge 24/2017), che disciplina la sicurezza delle cure e la responsabilità professionale sanitaria, prevede infatti la pubblicazione dei dati relativi ai sinistri e agli eventi avversi. Un obbligo che, secondo Fulop, continua a essere applicato solo parzialmente. Come ha sottolineato l’avvocato Raffaele Di Monda, presidente dell’associazione, la difficoltà nell’ottenere i dati rappresenta uno degli ostacoli principali per comprendere davvero la portata del fenomeno.
Ridurre tutto a una serie di “errori medici” sarebbe però una semplificazione: i contenziosi sanitari raccontano molto spesso criticità organizzative, carenze di personale, sovraffollamento dei pronto soccorso, turni massacranti e protocolli che non sempre riescono a essere rispettati.
Secondo Fulop, in Italia si registrano circa 15 mila sinistri sanitari nel quinquennio preso in esame, con un impatto economico che vale diversi miliardi di euro per il Servizio sanitario nazionale. Una parte consistente di questi casi riguarda le infezioni correlate all’assistenza (ICA), responsabili di circa il 30% dei contenziosi.
Si tratta di infezioni contratte durante il ricovero che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, potrebbero essere ridotte fino al 50% semplicemente attraverso una corretta applicazione dei protocolli di prevenzione, a partire dall’igiene delle mani, dalla sterilizzazione degli ambienti e dal controllo delle procedure assistenziali. Investire in sicurezza significa ridurre non soltanto il numero delle vittime e delle complicanze, ma anche il peso economico dei risarcimenti.
Le cifre raccontano soltanto una parte della storia. Dietro ogni risarcimento c’è una famiglia che ha affrontato un percorso doloroso, spesso lungo anni, prima di ottenere giustizia. Nell’ultimo mese è stato il caso della 24enne Francesca Tucci a riportare il tema della malasanità al centro del dibattito pubblico campano.
La giovane è deceduta dopo un intervento chirurgico eseguito all’ospedale Cardarelli. La Procura ha aperto un’inchiesta e saranno gli accertamenti giudiziari a chiarire eventuali responsabilità. Nel frattempo la famiglia ha denunciato pubblicamente la vicenda, spiegando di aver sostenuto una spesa superiore ai 10 mila euro per un intervento svolto in regime privatistico e chiedendo piena chiarezza su quanto accaduto.
Lo stesso vale per il caso del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni morto dopo un trapianto all’ospedale Monaldi. Da quella tragedia è nata una fondazione che porta il suo nome e che oggi si occupa di sostenere le famiglie coinvolte in vicende analoghe e di promuovere la cultura della sicurezza delle cure.
Secondo i dati più recenti, nel 2025 circa 1,5 milioni di cittadini campani hanno rinunciato almeno una volta a curarsi per motivi economici o a causa delle liste d’attesa troppo lunghe. Nello stesso anno la Campania ha registrato oltre 300 aggressioni ai danni del personale sanitario, il dato più alto d’Italia, sintomo di una crescente tensione che coinvolge pazienti, operatori e strutture.
Paragonare i due fenomeni sarebbe scorretto, tuttavia dai numeri emerge con forza un aspetto fondamentale: il sistema sanitario continua a mostrare segnali di sofferenza e fatica a rispondere in maniera efficace ai cittadini. I quasi 300 milioni di euro non rappresentano soltanto un costo per la finanza pubblica, ma sono l’indicatore di un problema strutturale che continua a produrre conseguenze economiche, organizzative e soprattutto umane.
Perché ogni risarcimento racconta un danno già avvenuto. La vera misura dell’efficienza di un sistema sanitario, invece, è la capacità di evitare che quel danno si verifichi. E i numeri della Campania, oggi, suggeriscono che quella sfida è ancora tutta da vincere.
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