
La malnutrizione infantile non è solo una questione di fame: in Italia, e in particolare al Sud, assume spesso la forma dell’obesità, un paradosso che nasconde gravi rischi per la salute e il futuro dei bambini. La professoressa Annamaria Colao, endocrinologa di fama internazionale, Direttore del Dipartimento di Endocrinologia, Diabetologia, Andrologia e Nutrizione dell’Università Federico II di Napoli e Vicepresidente in carica del Consiglio Superiore di Sanità, descrive la situazione con dati, esperienza clinica e attenzione alla dimensione sociale: «L’obeso, per quanto altri possano non capirlo, è un bambino malnutrito» sottolinea l’esperta. In Campania, come nel resto del Sud Italia, il problema si intreccia con condizioni socioeconomiche svantaggiate: più basso è il livello culturale ed economico della famiglia, più alto il rischio di obesità tra i giovani. La causa è duplice: l’educazione alimentare insufficiente e l’accesso limitato a cibi di qualità. «Mangiare bene oggi comporta una spesa che molte famiglie non possono sostenere, con un impatto diretto sulla collettività», osserva Colao.
Negli ultimi vent’anni, diverse iniziative scolastiche hanno cercato di arginare il fenomeno: il progetto PASPI del Ministero della Salute, ad esempio, è dedicato all’alimentazione infantile e coinvolge numerose scuole in programmi di educazione alimentare. «Ci sono progetti che vanno avanti da oltre vent’anni e molte scuole hanno iniziative sull’alimentazione sana, ma il tasso di obesità è in crescita», afferma Colao. L’educazione da sola non basta: servono campagne informative ampie, veicolate anche tramite social e televisione, per far comprendere l’importanza di una nutrizione corretta nella prevenzione delle malattie. Un altro nodo cruciale riguarda le mense scolastiche: molti bambini fanno dell’istituto l’unico pasto completo della giornata. «Se manca poi la mensa scolastica, quei bambini si alimentano male per tutte le loro giornate. Queste sono cose che bisognerebbe correggere».
La malnutrizione infantile comprende carenze o eccessi calorici che incidono sul corretto sviluppo dei bambini. «I bambini con obesità crescono inizialmente più velocemente dei bambini magri, ma alla pubertà il loro picco di crescita è ridotto», spiega la professoressa. «Questo fenomeno non riguarda solo la statura: impatta anche sullo sviluppo ormonale e sulla maturazione psicologica. I bambini in sovrappeso sono più esposti al bullismo, con conseguenze sulla loro autostima e sul benessere psicologico a lungo termine».
Le conseguenze dell’obesità infantile non si limitano alla crescita: aumentano i rischi di patologie croniche cardiovascolari, oncologiche e neurodegenerative, con un impatto diretto sul sistema sanitario. «Combattere l’obesità infanto-giovanile significa avere in futuro una popolazione più sana che utilizzerà meno ospedali, farmaci e sarà più produttiva» precisa Colao. L’obesità influisce anche sulla qualità della vita lavorativa: problemi respiratori come l’apnea notturna aumentano i rischi sul lavoro e riducono le performance quotidiane. «L’obesità è un tema serio, è una patologia molto seria che spesso viene banalizzata. Non si tratta solo di avere del grasso in più, quel grasso ci ammala in modo molto preciso».
Colao sottolinea anche l’importanza di un’azione collettiva che coinvolga istituzioni, scuole e famiglie: «Mi piacerebbe un mondo in cui non si lasciasse indietro nessuno e si facesse attenzione anche a chi ha difficoltà non facilmente esprimibili. Anche i bambini che sembrano più aggressivi spesso hanno bisogno di supporto». «Ci vorrebbe un’azione istituzionale corale senza pensare che ciascuno di noi può girarsi dall’altra parte perché tanto il problema non è suo. Ci vorrebbe più coscienza sociale collettiva», conclude.
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