

«Il titolo racchiude il senso del cortometraggio. “Mami Wata” è una divinità africana che rappresenta la natura incontaminata e in particolare la purezza dell’acqua. Ha due valenze: benigna perché abbraccia l’essere umano. Maligna, se abusata e danneggiata essa si ribella all’uomo con conseguenze anche molto gravi. Il concetto rispecchiava la mia idea alla base di tutto il lavoro. La natura è così, anche se ci illudiamo di poter fare ciò che vogliamo, lei presenta sempre il conto».

I temi trattati in questi otto minuti sono davvero tanti.
«Conservazione delle tradizioni, valorizzazione delle diversità, lotta alla corruzione. Il cortometraggio mira a sensibilizzare gli spettatori sul tema della salvaguardia ambientale: c’è un imprenditore che insidia un territorio incontaminato e una nonna, simbolo di resistenza e di radici, che lo difende».
«Mio padre era un Senatore della Repubblica scomparso recentemente. Portava avanti un disegno di legge con l’idea del “Santuario dell’acqua potabile”. In quelle terre ci sono molte sorgenti che andrebbero protette da potenziali inquinamenti e tutelate da chi in quei posti vorrebbe scavare per costruire discariche. Ad oggi non c’è una normativa che protegga quei beni che la natura ci ha regalato. Non volevo fare un documentario, cercavo qualcosa di metaforico per comunicare e sensibilizzare le persone sul tema. Ho pensato ai bambini e al loro sguardo puro, il punto di vista più sincero che ci possa essere».

Simona Buono: «Paola, aveva molto a cuore ciò che voleva raccontare. Ha fatto capire a tutti il motivo per cui eravamo sul set, ci ha guidati col cuore ed è stato emozionante. Ci conosciamo da tempo, ho vissuto la sua famiglia, il padre ha lottato per anni per la salvaguardia dell’ambiente. Non ero lì con lei solo come attrice, ho sentito mio il progetto fin da subito. La scena che mi riguarda è molto forte, ma non voglio dire altro, “Mami Wata” non è solo un cortometraggio da vedere ma qualcosa in più su cui riflettere».
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