
La salute riproduttiva e la fertilità sembrano scomparse nei programmi italiani, forse si pensa di conoscerne abbastanza in merito. Eppure, ora più che mai si sente il bisogno di affrontare tali tematiche. Affrontarle in un paese che ha visto, negli ultimi anni, un calo demografico della natalità dell’1,3%, secondo i dati provvisori del 2025. L‘associazione Italiana Fertilità (AIFe), in occasione del primo Congresso, presenta il Manifesto Fertilità 2030, con l’obiettivo di integrare stabilmente la salute riproduttiva nelle politiche sociali e nella sanità pubblica.
AIFe è una rete di centri di PMA composta da professionisti sanitari ed esperti in salute riproduttiva, che condividono l’obiettivo di promuovere la fertilità e contribuire al futuro demografico del paese. Il manifesto prevede una serie di linee guida che trattano di prevenzione, salute riproduttiva femminile e maschile, diagnosi precoce, preservazione della fertilità, innovazioni scientifiche, diritti e welfare. Nella prima parte del Manifesto ci si concentra sull’educazione e sulla consapevolezza, necessari soprattutto per i più giovani.
Il fenomeno del «fertility gap» informativo, che separa i giovani dalla comprensione reale del proprio potenziale riproduttivo, è una delle barriere più sottovalutate alla natalità. Eppure è fondamentale per essere a conoscenza di come età, stili di vita, condizioni di salute e condizioni ambientali possano incidervi. L’obiettivo, per AIFe, è quello di non agire secondo un’ottica riparativa, quando l’infertilità è già conclamata, ma secondo un’ottica di prevenzione e controlli. Inutile dire che, le ragioni dell’attuale calo demografico, dipendano da una molteplicità di fattori di natura economica, sociale, organizzativa, biologica e sanitaria. C’è bisogno di programmi che si, incentivino la natalità, ma eliminando le problematiche che la ostacolano e ascoltando realmente le esigenze dei cittadini. C’è bisogno di una Politica Nazionale sulla salute riproduttiva, che accompagni uomini e donne in un percorso di conoscenza e supporto alla fertilità e alla genitorialità.
Nel 2024, su circa 370 mila bambini nati in Italia, 17.660 sono venuti al mondo grazie alla Procreazione Medicalmente Assistita, pari al 4,8% del totale. Se prima si guardava la PMA con un occhio giudicante ora è ben consolidata come tecnica da prendere in considerazione per chi desidera diventare genitore. Il problema sorge a livello istituzionale. Questo problema è dato da una forte disomogeneità d’accesso alla PMA tra le varie regioni italiane. Tale disomogeneità è data dai lunghi tempi d’attesa (che possono arrivare a 2 anni) e dal diversificato numero di centri pubblici per ogni regione, non garantiti stabilmente. Difatti, persiste un forte divario, riguardo le possibilità d’accesso, tra centro-nord e centro-sud, nonostante la PMA sia inserita nella Programmazione Nazionale dei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza). Molte donne, a causa di ciò, sono costrette o a rivolgersi a centri privati o a spostarsi dalla propria città. Importante ricordare anche che alla PMA, in Italia, non possono accedervi donne single. AIFe si batte per far si che la salute riproduttiva diventi questione pubblica e che, in quanto tale, abbia un proprio programma più incisivo, aperto e concreto all’interno delle politiche del Servizio Sanitario Nazionale.
Un’altra tecnica utilizzata è la Crioconservazione (o congelamento degli ovuli). Ciò fa comprendere che anche il fenomeno del “social freezing” sta divenendo sempre più parte integrante nella vita delle donne. Nel 2024 i cicli di congelamento degli ovuli a scopo preventivo e per ragioni non mediche sono aumentate del 44%. Tale procedura è completamente a carico economico della donna e un ciclo può costare decine di migliaia di euro. Per questo, si può accedervi solo con una buona condizione economica.
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