
La Campania è una delle regioni italiane più ricche dal punto di vista culturale e architettonico. Un territorio che può vantare anche una percentuale di verde piuttosto alta, che però riguarda soprattutto la parte nord e quindi al di fuori dei centri urbani più abitati. Tuttavia, in uno di questi, precisamente a Marano, esiste un’area di ben 40 ettari sconosciuta ai più, una vasta porzione di terra che al suo interno conserva reperti archeologici di epoca romana o addirittura precedenti: si tratta del Bosco della Salandra.
Noi di Informare l’abbiamo conosciuto grazie ai Salandra Lovers, associazione senza scopo di lucro e apolitica che da più di un anno opera con l’obiettivo primario di riqualificarlo e di renderlo accessibile ai cittadini. Giampaolo Calone e Mario Audino, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’associazione, si erano già interessati al bosco, ma con attività gestite personalmente. I due ci hanno invitato a trascorrere un’intera mattinata lungo i sentieri di questo tesoro verde, spiegandoci e facendoci scoprire tutti i suoi habitat e la ricchezza della sua biodiversità.

Se si volesse percorrere l’intero bosco in ogni suo angolo, ci vorrebbero all’incirca tre ore. La nostra camminata è durata un tempo più o meno simile. Minuti e ore sono però letteralmente volati e, riprendendo quanto affermato da Giampaolo durante il nostro sopralluogo, cioè che qui «sembra di non essere in una città così densamente popolata come Marano, dove meraviglia e stupore hanno quasi sempre la meglio rispetto alle fatiche che derivano da un sforzo fisico del genere», noi siamo rimasti completamente estasiati dinanzi a ciò che i nostri occhi hanno visto e incrociato.
Partiamo dagli habitat differenti che il bosco presenta, insieme alle specie vegetali che nell’area verde hanno trovato una fissa dimora. Esso si suddivide in tre sentieri, ognuno dei quali ha un clima a sé stante: secco, umido e uno con temperature medie. Quest’ultimo, che abbiamo attraversato per primo, è quello che vanta la ricchezza di flora più ampia: qui dominano castagni e lecci e fioriscono ciclamini, margherite e orchidee. Nel secondo, quello più umido, si possono trovare invece funghi e felci in abbondanza; mentre il sentiero con clima secco somiglia di più al primo. Nel suo complesso, il Bosco della Salandra ospita anche tante specie animali, tra cui volpi, ghiri, poiane e falchetti.
Tra una spiegazione e l’altra, Mario ci ha raccontato la storia dei Salandra Lovers, un gruppo di volontari che ha deciso di mettersi in gioco affinché il bosco diventi una perla attrezzata e riconosciuta dell’area Nord di Napoli e luogo di attrazione per bikers e individui amanti delle sgambate e dell’aria pulita. «Circa una volta al mese organizziamo delle visite guidate. Più o meno riusciamo a riunire 30-35 persone per volta, alle quali parliamo della biodiversità del posto e spieghiamo quali specie lo abitano, oltre ad entrare nei meriti dei reperti archeologici. Inoltre, da diversi mesi a questa parte, abbiamo iniziato a mettere su eventi culturali e musicali aperti a tutti, con attività anche dirette ai bambini. È bene dire che lo facciamo in maniera totalmente gratuita, perché vogliamo restituire ai cittadini un’area che per troppo tempo è stata lasciata nel degrado e nell’incuria» dice il vicepresidente. Se da un lato il bosco rappresenta un’eccellenza da preservare e su cui investire, dall’altro bisogna ribadire che negli anni esso è stato oggetto di sversamenti di rifiuti di ogni tipo: lungo il tragitto ci siamo infatti imbattuti in carcasse di auto, frigoriferi e amianto che albergano qui. «I Salandra Lovers sono impegnati soprattutto nella rimozione di questi rifiuti, seppur nei limiti delle nostre possibilità – continua Mario – Purtroppo non riusciamo ad eseguire una riqualifica completa e per questo stiamo cercando di entrare in contatto con le istituzioni».
Le insegne poste dai Salandra Lovers nel bosco aiutano a raggiungere le perle che si trovano qui. Difatti, come detto in precedenza, sono presenti diversi reperti archeologici risalenti all’epoca romana, tra il I e il IV secolo dopo Cristo, o persino ad un tempo precedente. «È grazie agli scavi fatti negli anni ’80 e ’90 da parte del Gruppo Archeologico Napoletano (GAN) se oggi siamo a conoscenza dei reperti» ci dice Giampaolo. Non sarebbe azzardato ipotizzare che, dove ora sorge il bosco, nell’antichità ci fosse un vero e proprio villaggio densamente abitato, dov’era presente addirittura una necropoli. L’opus reticulatum e l’opus mixtum, fino all’opus latericium e il marmo, sono chiaramente visibili su molte mura e in diverse cisterne. Queste ultime venivano probabilmente utilizzate per raccogliere acqua o per la conservazione di oli lampanti.

A conferma della vocazione agricola del territorio, Mario e Giampaolo ci hanno portato a visitare anche un torchio utilizzato per la premitura di olive e uva, al di sotto del quale il GAN ha ipotizzato la presenza di un mosaico. Si può scorgere una delle cisterne anche vicino all’edificio del Ciaurro, molto simile a varie strutture presenti nella zona, come il mausoleo che si trova all’interno del Parco comunale di Marano. A differenza di quest’ultimo, però, che aveva uno scopo di sepoltura, il Ciaurro del Bosco della Salandra aveva uno scopo abitativo. Probabilmente si tratta di un’abitazione di fortuna o una rimessa per gli attrezzi dei contadini della zona. Un foro che si è creato sul soffitto della prima delle quattro camere permette di valutare la stratificazione delle tecniche costruttive romane.
Un altro punto dell’area, quella che sembra un’anonima cava di tufo, è passata alla storia come la Grotta del Brigante. Oltre a presentare un’iscrizione gesuita risalente al 1615, essa nasconde la leggenda di Alfonso Cerullo: un ex soldato borbonico che dopo l’Unità d’Italia si ribellò al governo sabaudo nascondendosi in ogni anfratto di Marano, sua città natale. Infine, ci siamo recati all’Eremo di Pietraspaccata, che rappresenta il culmine della bellezza del bosco, candidato per diventare uno dei “Luoghi del Cuore FAI”. Qui si trova una chiesa arroccata nella montagna risalente al Cinquecento ma, in realtà, realizzata sui resti di un antico tempio dedicato alle ninfee dei boschi. La chiesa presenta al suo interno degli affreschi rinascimentali, oltre a un piano pavimentale che presenta le classiche “riggiole” napoletane (mattonelle dal colore particolarmente acceso). In questa piccola cappella, ancora oggi si celebrano matrimoni e, una volta all’anno, viene celebrata la messa. L’Eremo ha anche un immenso valore paesaggistico, dato che da qui è possibile vedere tutto il litorale domitio e, nelle giornate più limpide, anche Ventotene. A pochi metri dalla chiesa è sorto anche un albero, candidato ad essere iscritto all’albo degli alberi monumentali. Questo perché su di esso c’è una simbiosi tra la corteccia dell’albero, il muschio e le felci, un mix che risulterebbe essere una condizione solitamente presente esclusivamente in ambienti tropicali.
Il Bosco della Salandra è una vera e propria boccata d’aria fresca nella popolosa area nord di Napoli, rappresentando una delle poche zone verdi della zona. In un territorio in cui l’occupazione di suolo pubblico e la cementificazione dilagano, il lavoro dei Salandra Lovers è essenziale per preservare questo patrimonio in parte sconosciuto.
Per sostenere i Salandra Lovers nell’opera di riqualificazione del Bosco della Salandra:
di Donato Di Stasio e Luca De Matteis
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