
Marco Gabbas è nato nel 1988 a Nuoro e vive a Budapest. Si è occupato per diversi anni di storia politica dell’età contemporanea, pubblicando diversi saggi in materia su riviste accademiche internazionali, soprattutto in inglese, questo per «sfuggire all’asfissia e alla censura dell’accademia italiana».
«Inferno a Rosarno è un libro scritto con il sangue: mia moglie ha ottenuto la cittadinanza italiana solo due anni fa, per anni siamo stati vittime di discriminazione da parte dello Stato, scriverlo è stato dunque anche terapeutico».
Il libro racconta le rivolte dei braccianti africani a Castel Volturno e a Rosarno, rispettivamente avvenute nel 2008 e nel 2010. «La strage di Castel Volturno, anche detta strage di San Gennaro, è stato un fatto di sangue causato dalla camorra a opera del Clan dei Casalesi, che ha portato alla morte del pregiudicato Antonio Celiento (sospettato di essere un informatore delle forze dell’ordine) e di sei immigrati africani, vittime innocenti della strage. Mentre la rivolta di Rosarno nasce in risposta all’aggressione di due braccianti di origine africana che al ritorno dai campi vengono feriti con colpi di arma da fuoco. A Rosarno si divertivano a usare i braccianti per il tiro al bersaglio. Alla rivolta seguirà una contro-reazione di una parte della popolazione locale. Il bilancio sarà di decine di feriti, tra mille e duemila lavoratori verranno deportati in altre città italiane. Solo allora l’opinione pubblica scoprì che ogni anno, nei mesi di picco della raccolta agrumicola, oltre 2000 migranti raggiungono le campagne della Piana per lavorare come braccianti in condizioni di gravissimo sfruttamento, costretti a vivere in edifici abbandonati, casolari diroccati o baraccopoli improvvisate in condizioni drammatiche e umilianti».
C’è stata una falsa informazione su quanto avvenuto in quei giorni?
«Sarebbe sbagliato pensare che queste rivolte siano scoppiate semplicemente “contro la mafia”, come un po’ semplicisticamente ha detto anche Roberto Saviano: è un’interpretazione riduttiva. Quei rivoltosi non si ribellavano soltanto ai criminali, ma contro tutto il sistema che li discriminava. Il meccanismo di sfruttamento economico è strettamente legato al razzismo di stato e all’ostilità di una buona parte della popolazione. Non è un caso che a Castel Volturno gli immigrati urlarono slogan contro la “polizia mafiosa” e contro gli italiani in generale. Quegli eventi drammatici dovrebbero far prendere consapevolezza di ciò che accade nell’industria agricola e non solo».
Come sono cambiate le cose da allora?
«Queste rivolte sono state causate da gocce che hanno fatto traboccare il vaso, le persone più sensibili si sono rese conto che c’era un problema, anche giornalisti. Ma dopo quelle due rivolte, il modo in cui sono trattati i braccianti non è cambiato affatto: ogni governo che si succede fa leggi sempre più discriminatorie. Non solo le cose non sono cambiate, ma dal punto di vista legislativo sono anche peggiorate. Durante le mie ricerche ho letto un libro di Katia Pilati sulla radicalizzazione politica degli immigrati, dove si menzionavano queste due rivolte. Noi immigrati e famiglie miste esistiamo o quando ci ammazzano o quando facciamo rivolte».
Si potrà mai parlare di un reale cambiamento prima o poi?
«Lo sfruttamento del lavoro esiste contro chiunque, si pensi che nel sud Italia c’è molto lavoro nero. Gli immigrati sono doppiamente discriminati, avendo bisogno del permesso di soggiorno vivono col costante terrore di doverlo rinnovare, altrimenti risultano clandestini che possono essere messi in galera o espulsi. Vivono costantemente in una situazione di ricatto. Tra i braccianti gli italiani ormai sono pochi, gli immigrati vengono sfruttati qualsiasi lavoro facciano, ma forse ancor di più nel bracciantato. Tutti i cittadini italiani hanno diritto di voto, mentre gli immigrati non ce l’hanno. Ecco perché si sono dovuti ribellare così, le istituzioni sono specchio della società italiana nel suo complesso. Ormai in Italia ci sono seconde e terze generazioni che stanno iniziando a prendere coscienza e ad essere più attive, ma le loro denunce si scontrano sempre contro un muro di negazionismo».
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