
Martina Carbonaro aveva solo 14 anni e li avrà per sempre. Era scomparsa da casa ad Afragola da un paio di giorni quando ieri è stata trovata morta in un edificio abbandonato. Il suo corpo è stato ritrovato in una scena raccapricciante che non lascia spazio a dubbi: non si è trattato di un incidente, né di una scomparsa volontaria. È stato femminicidio. Ancora una volta. A confessare l’omicidio è stato il suo ex ragazzo, Alessio Tucci, 18 anni. Ha detto agli inquirenti che non accettava la fine della relazione. Martina lo aveva lasciato, e lui, incapace di rassegnarsi, ha scelto la violenza come risposta. L’avrebbe colpita con una grossa pietra, ritrovata insanguinata sul luogo del delitto.
Quello di Martina è il sesto femminicidio solo nel mese di maggio 2025, un mese che rischia di diventare simbolo di un’emergenza ormai strutturale. In totale, da gennaio a oggi, sono più di 19 le donne uccise da uomini in Italia. Ma il numero cresce di giorno in giorno, e si scontra con l’indifferenza istituzionale e l’abitudine mediatica a normalizzare l’orrore. Il movente è quasi sempre lo stesso: un rifiuto, una separazione, la fine di un controllo. Uomini che non accettano di perdere il dominio sulle compagne, mogli, fidanzate o ex. E che reagiscono con violenza estrema.
Secondo i dati raccolti da Non Una Di Meno all’inizio di maggio, oltre ai femminicidi consumati ci sono almeno 21 tentati femminicidi. Aggressioni fallite, per caso o per intervento esterno, che mostrano quanto il fenomeno sia più ampio e radicato di quanto suggeriscano i soli omicidi. Nel conteggio di Non Una Di Meno vengono inclusi anche i transcidi, lesbicidi e i suicidi indotti dalla violenza di genere, fornendo un quadro più inclusivo ma anche più allarmante. La mappa geografica conferma la distribuzione disomogenea del fenomeno: il 64% dei casi è avvenuto in cinque regioni – Lombardia, Campania, Toscana, Emilia-Romagna e Sicilia – territori dove la densità abitativa, il radicamento di culture patriarcali e la carenza di supporti sociali fanno da moltiplicatore al rischio.
Quello che uccide non è il singolo “gesto di follia”, come spesso si legge nei titoli. È un sistema culturale, sociale, giudiziario che tollera, giustifica e in alcuni casi addirittura alimenta la violenza di genere. Un sistema che non educa al consenso, che minimizza le segnalazioni, che lascia sole le vittime e deresponsabilizza i carnefici. Finché continueremo a chiamarli “delitti passionali”, finché il femminicidio verrà trattato come un’emergenza e non come una priorità nazionale, continueremo a contare i morti. Martina aveva 14 anni. Non doveva morire. Ma soprattutto, non deve essere dimenticata.
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