
Leggendo i commenti del web sulla questione di Marzia Sardo s’intravede la radice di un disagio profondo: l’insensibilità che troviamo ogni giorno nei social, quella che giudica la reazione di una vittima e che normalizza la molestia. Si leggono gli uomini che commentano definendola come eccessiva, isterica o pazza, o che stabiliscono i confini del pianto di una donna dopo una molestia. È inquietante, perché accade con frequenza disarmante.
Non è solo questione di cattivo gusto: è una lenta erosione dell’empatia collettiva. Ogni commento sprezzante, ogni battuta che affonda nella banalità della violenza, si accumula e modella una cultura che, giorno dopo giorno, si impoverisce di sensibilità. Parlando della giovane molestata durante una TAC, la riflessione va oltre il singolo episodio — è la punta dell’iceberg di come si costruisce una società sempre meno capace di indignarsi, di ascoltare, di rispettare.
Chi scrive sui social, anche da dietro uno schermo, ha un peso. Si può fare la differenza, in bene o in male. Il silenzio è già un problema, bisogna prendere posizione tutti i giorni. Il punto non è isolare i colpevoli, ma riconoscere che ciascuno di noi, via tastiera o commento, contribuisce. Il linguaggio che adottiamo può aggravare il dolore o, al contrario, aiutarci a costruire un ambiente più rispettoso. La responsabilità è personale, quotidiana.
Abolire la derisione, spezzare il cliquetio del sarcasmo, sostituire la cattiveria con l’ascolto: empatia fa rima (e pratica) con consapevolezza. Ascoltare le prole delle vittime, non è un invito alla passività, bensì a evitare di alzare muri dove servirebbe costruire ponti. Empatia non è debolezza: è la migliore cura contro l’assuefazione alla sofferenza.
I commenti tristi sotto il video di Marzia Sardo non sono un caso isolato — sono un microcosmo che riflette un malessere diffuso, amplificato dall’algoritmo. La velocità con cui il giudizio nasce e si propaga basta a intorpidire le coscienze. Ciò che qualcuno scrive a cuor leggero può influenzare una marea di altre persone, a cui basta un click per approvare, ridere, minimizzare. Così, giorno dopo giorno, l’indignazione si affievolisce.
Il caso di Marzia — molestata in un luogo dove dovrebbe sentirsi al sicuro, che decide di denunciare pubblicamente e si ritrova sommersa da commenti che banalizzano e giudicano — ci pone una domanda urgente: vogliamo che i nostri social diventino un posto dove ci si scandalizza della sofferenza o uno spazio dove quella sofferenza diventa spettacolo? Riscattare questo spazio è possibile, ma richiede all’uno l’altro un cambio di passo. È una sfida civile che non si vince con algoritmi, ma con umanità.
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