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Marzia Sardo e il peso (invisibile) delle parole

Paolo Cutillo
Paolo CutilloRedazione Informare
26 agosto 20253 min di lettura

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Marzia Sardo e il peso (invisibile) delle parole

Indice (5)

  • 1La desensibilizzazione che logora
  • 2Responsabilità: non è solo colpa di “altri”
  • 3Empatia come antidoto (e come sfida)
  • 4Social media come specchio (e cassa di risonanza)
  • 5Riscattare uno spazio

Leggendo i commenti del web sulla questione di Marzia Sardo s’intravede la radice di un disagio profondo: l’insensibilità che troviamo ogni giorno nei social, quella che giudica la reazione di una vittima e che normalizza la molestia. Si leggono gli uomini che commentano definendola come eccessiva, isterica o pazza, o che stabiliscono i confini del pianto di una donna dopo una molestia. È inquietante, perché accade con frequenza disarmante.

La desensibilizzazione che logora

Non è solo questione di cattivo gusto: è una lenta erosione dell’empatia collettiva. Ogni commento sprezzante, ogni battuta che affonda nella banalità della violenza, si accumula e modella una cultura che, giorno dopo giorno, si impoverisce di sensibilità. Parlando della giovane molestata durante una TAC, la riflessione va oltre il singolo episodio — è la punta dell’iceberg di come si costruisce una società sempre meno capace di indignarsi, di ascoltare, di rispettare.

Responsabilità: non è solo colpa di “altri”

Chi scrive sui social, anche da dietro uno schermo, ha un peso. Si può fare la differenza, in bene o in male. Il silenzio è già un problema, bisogna prendere posizione tutti i giorni. Il punto non è isolare i colpevoli, ma riconoscere che ciascuno di noi, via tastiera o commento, contribuisce. Il linguaggio che adottiamo può aggravare il dolore o, al contrario, aiutarci a costruire un ambiente più rispettoso. La responsabilità è personale, quotidiana.

Empatia come antidoto (e come sfida)

Abolire la derisione, spezzare il cliquetio del sarcasmo, sostituire la cattiveria con l’ascolto: empatia fa rima (e pratica) con consapevolezza. Ascoltare le prole delle vittime, non è un invito alla passività, bensì a evitare di alzare muri dove servirebbe costruire ponti. Empatia non è debolezza: è la migliore cura contro l’assuefazione alla sofferenza.

Social media come specchio (e cassa di risonanza)

I commenti tristi sotto il video di Marzia Sardo non sono un caso isolato — sono un microcosmo che riflette un malessere diffuso, amplificato dall’algoritmo. La velocità con cui il giudizio nasce e si propaga basta a intorpidire le coscienze. Ciò che qualcuno scrive a cuor leggero può influenzare una marea di altre persone, a cui basta un click per approvare, ridere, minimizzare. Così, giorno dopo giorno, l’indignazione si affievolisce.

Riscattare uno spazio

Il caso di Marzia — molestata in un luogo dove dovrebbe sentirsi al sicuro, che decide di denunciare pubblicamente e si ritrova sommersa da commenti che banalizzano e giudicano — ci pone una domanda urgente: vogliamo che i nostri social diventino un posto dove ci si scandalizza della sofferenza o uno spazio dove quella sofferenza diventa spettacolo? Riscattare questo spazio è possibile, ma richiede all’uno l’altro un cambio di passo. È una sfida civile che non si vince con algoritmi, ma con umanità.

Tags
  • #Marzia Sardo
  • #molestie
  • #Patriarcato
  • #social
Paolo Cutillo
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