
Quasi tutti noi da bambini abbiamo sognato il nostro viaggio negli States e la nostra casa americana nelle villette a schiera che vedevamo nei film. Quei tempi però sono andati, così come il potere d’acquisto degli italiani, che cala di anno in anno, e così è tramontato il sogno americano. Si è aperta invece una nuova parentesi che stavolta vede noi come protagonisti: il sogno europeo dell’assistenza sanitaria pubblica, dell’istruzione gratuita e delle città ciclabili e a passo d’uomo si fa sempre più spazio nell’immaginario comune statunitense.
Questo anche a causa del grande impatto dei social che ha portato le principali capitali europee ad essere vittime di un turismo di massa sfrenato: da Parigi a Venezia, le realtà nazionali perdono sempre di più ciò che hanno di local per diventare mainstream a tutti gli effetti. A pagarne le spese sono ovviamente cittadini e residenti.
Ma quando il turismo si spinge oltre cosa succede? Succede che l’Italia si trova a far fronte ad un grande numero di richieste di acquisti di immobili da parte degli stranieri. Questo perché, rispetto agli States, il mercato immobiliare italiano è molto più vantaggioso per gli acquirenti stranieri, così come il costo dello stile di vita all’interno delle città in cui i nuovi italiani decidono di vivere.
Sono statunitensi i principali acquirenti stranieri (23,84% sul totale delle richieste), seguiti dai tedeschi (13,7%). Questi sono i dati del report 2023 di Gate-away.com, il portale immobiliare dedicato agli stranieri che vogliono comprare casa in Italia. Nel nostro contesto nazionale a sempre più giovani è negato il diritto alla casa. Dai fuorisede alle giovani coppie che per paletti burocratici di varia natura, come l’accesso al mutuo ostico, la precarietà lavorativa e la decrescita degli stipendi, non possono acquistare una casa.
In quest’ottica l’Italia diventa un paese dove, per viverci in una casa di proprietà, è più vantaggioso essere stranieri. Le regioni preferite dagli americani per acquistare casa sono l’Umbria e le Marche. «La ricchezza e la diversità delle tipicità marchigiane contribuiscono a rendere questa regione un luogo unico attraente sia per i visitatori che per coloro che scelgono di viverci» sostiene Simone Rossi, cofondatore della web company con sede a Grottammare. «I fattori chiave? L’appeal del patrimonio culturale e la bellezza paesaggistica della regione evidentemente più forti delle ripetute pugnalate ricevute negli ultimi anni (sisma e alluvioni) e mancanze fino ad oggi croniche (collegamenti e trasporti)».
Ma siamo davvero sicuri che questo sia un fenomeno positivo? Un paese che non garantisce ai suoi giovani il diritto ad una casa e che lascia che stranieri provenienti da paesi economicamente più sviluppati si insedino in territori rurali è un paese che non conosce le dinamiche e le conseguenze devastanti della gentrificazione.
La gentrificazione è il passaggio da un’area urbana proletaria a una borghese a causa dell’acquisto e della rivalutazione degli immobili da parte di individui abbienti, sostituendo gradualmente la classe operaia originaria, incapace di sostenere i nuovi standard di vita. Questo processo è scaturito da un crescente interesse da parte di persone con redditi più elevati verso un’area specifica. Può inoltre stare ad indicare la perdita dell’identità culturale di un popolo dovuta alla massificazione turistica e gli squilibri che l’insediamento di determinati ceti sociali in ambienti rurali può portare.
Non solo le Marche e l’Umbria, in Italia sono molti i quartieri a rischio di gentrificazione: solo a Roma contiamo Trastevere, Testaccio, San Lorenzo e il Pigneto a Roma. Per quanto riguarda Napoli invece, tutti abbiamo assistito al radicale cambiamento di identità e luoghi fortemente autoctoni come il Rione Sanità e i Quartieri Spagnoli.
Con le campagne promozionali turistiche non siamo proprio bravissimi: lo spot Open to Meraviglia dello scorso anno è stato un fiasco. Ma potremmo dire che l’Italia non è un paese che ha bisogno di vendersi, eppure continua ad attirare migliaia di turisti e non ogni anno. Quale sarà il futuro delle identità rurali?
di Valeria Marchese
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