
“Matriarca” è il primo lungometraggio documentario di Martino Allocca (autore e studente di Semiotica) e Nino Cosentino (laureato in cinema e regista), giovani napoletani che si sono immersi in uno dei fenomeni religiosi più autentici e meno esplorati della città: il culto della Madonna dell’Arco. Tutto ha origine nel 2023, quando i due decidono di documentare una tradizione che da secoli segna la vita popolare di Napoli e della Campania. «L’idea nasce da una mia curiosità sull’aspetto antropologico del culto, è così che ho iniziato a studiarlo e scriverci su», racconta Allocca. «Parlandone con Nino, e altri nostri amici, pensammo a come trasformarlo in un vero e proprio progetto cinematografico». Così, iniziò l’avventura di progettazione, scrittura, raccolta di immagini e testimonianze, che a sua volta divenne l’occasione per confrontarsi ulteriormente con la complessità di una tradizione capace di coinvolgere, ancora oggi, centinaia di migliaia di fedeli.

Il documentario segue il pellegrinaggio dei devoti a questa Madonna, i cosiddetti “fujenti“, che ogni anno percorrono a piedi chilometri, da ogni quartiere di Napoli e provincia, per raggiungere il Santuario dove è conservata l’immagine miracolosa, nel comune di Sant’Anastasia, alle pendici del Vesuvio. Una tradizione che affonda le radici nel Quattrocento, quando, secondo le fonti storiche, un giovane colpì con una palla l’immagine sacra, provocandole il sanguinamento e lasciandole un livido, dando origine alla devozione e dunque al culto. «La cosa straordinaria è che questa pratica è rimasta pressoché immutata nei secoli. Le persone varcano la soglia del santuario e ancora oggi piangono, si strappano i capelli, svengono.
Sembra essere una forma di devozione che resiste al tempo e alle trasformazioni sociali» continua Allocca. Al di là del progetto documentaristico, l’intento del duo è anche quello di restituire dignità a un culto spesso stereotipato e sminuito. «La Madonna dell’Arco è un fenomeno che tutti gli abitanti di Napoli conoscono, ma che pochi comprendono e osservano davvero. Viene visto con pregiudizio, come qualcosa di banalmente folkloristico, marginale o peggio ancora come espressione di arretratezza. Noi invece volevamo mostrare la complessità di questa fede, far emergere la sua forza culturale e popolare».
Nino e Martino si sono imbarcati in un progetto totalmente indipendente. «Abbiamo girato con mezzi di fortuna all’inizio. Poi, grazie alla disponibilità di alcune produzioni indipendenti, di vari patrocini (tra cui quelli dell’Accademia di Belle Arti, dell’Università Federico II e del santuario stesso), archivi audiovisivi, siamo riusciti a migliorare ed arricchire il nostro lavoro anche con preziose, e spesso inedite, immagini d’epoca». Per quanto riguarda la reazione dei devoti, «all’inizio c’era diffidenza: molti ci guardavano interdetti, pensavano fossimo lì per deridere o speculare.
Ma col tempo abbiamo guadagnato la loro fiducia. Ci tenevano a raccontarsi, a spiegare che dietro quella camminata scalza, dietro i canti e le lacrime, c’è un legame profondo con la propria storia e identità culturale» afferma Allocca. Il documentario, la cui post-produzione è terminata nel giugno 2025, è pronto ora a intraprendere il suo cammino. Prima tappa saranno le proiezioni a Napoli, prevista per settembre. Poi toccherà ai festival nazionali fino a rassegne internazionali dedicate all’antropologia e alle tradizioni popolari. «Ma il nostro sogno — confessa Nino — è renderlo accessibile proprio a loro, ai devoti, magari proiettandolo nelle loro associazioni o mettendolo su YouTube».
Il senso di questo lavoro, in fondo, sta proprio qui: «Volevamo creare uno strumento di autorappresentazione per i devoti, dare loro voce, dimostrare che non sono caricature o oggetti di scherno, ma protagonisti di una storia secolare. Il culto della Madonna dell’Arco parla di una Napoli antica ancora viva e popolare. Raccontarla significa dare testimonianza di una parte autentica della nostra città». Oltre, quindi, alla “riappropriazione” da parte della città di uno dei suoi più antichi culti, il desiderio di Martino e Nino è stato anche di omaggiare una comunità religiosa la cui fede fa parte dell’immaginario collettivo napoletano, senza però essere mai entrata nella coscienza civile e sociale.
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