
Un altro capitolo dell’orrore. Le manette, le cinghie e l’urlo: Matteo Falcinelli, il 25enne di Spoleto che nella notte tra il 24 e il 25 febbraio ha subito gravi trattamenti da parte di alcuni agenti della polizia di Miami. Il 25enne dovrà ritornare in Italia la settimana prossima. A comunicare la notizia è stata la madre italo-slovacca Vlasta Studenicova in una nota ai giornalisti.
«Ieri mattina è stata concessa dal giudice a Matteo l’estensione dell’attuale permesso di viaggiare con possibilità per lui di rimanere in Italia fino al 30 Giugno 2024 – ha sottolineato Vlasta Studenicova -. Stiamo aspettando l’emissione del documento ufficiale. Speriamo di ricevere prima della nostra partenza anche il file con tutte le registrazioni audio e video riguardanti il caso di Matteo». La mamma di Matteo ha aggiunto: «Pensiamo quindi di riuscire a rientrare in Italia verso la fine della settimana prossima. Ma facciamo un passo indietro».
Matteo Falcinelli, camicia bianca con due macchie di sangue, e jeans, in piedi davanti all’ingresso del Dean’s Gold, uno stripclub a nord di Miami, ha chiesto agli agenti di riavere i suoi due cellulari. “Vai via”, gli ha detto un poliziotto. “No – ha risposto lui – non vado via, voglio indietro i miei due cellulari, voglio indietro i miei due fottutissimi cellulari”. Il 25enne ha il tono alterato, appare esasperato, fa seguire questa richiesta da una bestemmia, pronunciata in italiano. Il sospetto è che gli avessero messo nelle bevande il Ghb. Si tratta della “droga del sesso”, un eccitante illegale ma che a Miami è possibile trovare ovunque, anche a bordo degli Uber.
Il giovane, che non ricorda come sia finito fuori dallo stripclub, continua a chiedere di riavere i suoi cellulari. I poliziotti continuano a dirgli di andarsene. Falcinelli ha insistito perché in quegli apparecchi ha tutto. Dalle carte di credito, all’accesso al conto bancario suo, della madre e del fratello. E inoltre: la app per i pagamenti all’Università, la Florida International University, dove sta seguendo un master nel settore alberghiero. E da qui l’incubo.
Un incubo dell’orrore che non si dimentica. Tutto ha inizio intorno alle 22.30 per una lite nel locale di Biscane Bay e poi “puff”, per 18 ore nessun amico o familiare ha avuto più sue notizie. Matteo Falcianelli, arrestato da quattro agenti della polizia a Miami, è stato ammanettato dietro alla schiena e sottoposto all’Hogtie restraint, con cinghia, gli legano i piedi alle manette e tirano, tirano ancora.
Il ragazzo scalzo, immobilizzato, urla, e sono grida di dolore, strazianti. Ripete “please, please, please”: una supplica di dolore. Gli agenti lo tengono bloccato ancora per un po’ e poi escono, lasciandolo in terra per più di 13 minuti. “Ti avevamo avvertito”, ribadiscono.
Poco prima dell’arresto Matteo era stato sbattuto a faccia in giù dagli agenti, premendogli il volto contro l’asfalto e un ginocchio dell’agente contro il collo. A lui viene di fatto impedito di chiamare un avvocato. Questo perché le agenzie che pagano le cauzioni non si fidano di uno straniero e lui non ha il numero di una persona di riferimento che ricordi a memoria. Avrebbe potuto pagarsi da sé la cauzione, ma la legge lo vieta. E anche quando gli amici sono riusciti a versare i 4mila dollari per liberarlo, a lui non viene comunicato nulla se non a distanza di quasi un giorno.
Nel frattempo gli viene assegnato in cella il posto di sopra di un letto a castello, dove però fa fatica a salire per le ferite alle mani e ai piedi. Non viene visitato da un medico. È stanco e ferito, chiede una coperta e un cuscino che gli vengono negati irridendolo: «Rimani qui, non andare via. Marcirai in prigione, qui non hai diritti», sventolandogli la carta di identità davanti.
Una volta libero da quella cella dell’orrore, Matteo Falcinelli vomita e collassa. Il 25enne è stato costretto ad andare in una clinica psichiatrica per rischio suicidio ma poi dopo cinque giorni è riuscito a tornare al suo alloggio insieme alla madre e il fratello.
«Quando l’ho rivisto, la prima cosa che mi ha detto, con le lacrime agli occhi, è stata: ‘Mamma, avrei bisogno di un tuo abbraccio’ – ha sottolineato Vlasta Studenivova durante un collegamento degli States ad Agorà su Rai -. Non auguro a nessuno di vivere quello che ha vissuto Matteo e non auguro a nessuna mamma di vedere il proprio figlio sotto una tortura del genere».
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