
“Mein Kampf” in scena dal 22 al 27 aprile al Teatro Bellini di Napoli. Lo spettacolo è un adattamento teatrale del libro del dittatore peggiore della storia: Adolf Hitler.
La scenografia è minimalista, scura, un occhio di bue, un palco a forma di pagina bianca, ma è perfetta così. Il focus è sulle parole recitate da uno straordinario Massini, capace di tenere da solo l’attenzione dello spettatore per un’ora e mezza. Dopo alcune battute cadono dal soffitto oggetti, sempre più rumorosamente, non puoi ignorarli e non possono essere ignorate neanche le battute che precedono le cadute.
La platea è varia, ci sono giovani e meno giovani, ma le poltrone sono quasi tutte piene, quando lo spettacolo è finito ci sono stati una decina di minuti di applausi pieni. Lo spettatore ha bisogno di risentire il libro da cui tutto è iniziato, ha un urgentissimo bisogno di notare che l’orrore non è poi così distante dalla nostra quotidianità.
Dal 2016 il Mein Kampf è nuovamente accessibile e Massini ha perfettamente compreso come utilizzare questo evento, non è un libro che va idolatrato, non c’è un genio dietro la scrittura dell’opera, solo un uomo lucido il cui delirio d’onnipotenza è stato incoraggiato da una massa spaventata, prepotente ed ignorante.
Lo spettatore è seduto, ascolta, non viene nominato o accennato neanche per un secondo quello che sta avvenendo oggi, eppure ci sembra si parli proprio di oggi.
Hitler diceva che, per entrare dentro le persone inestricabilmente e non uscirne più, servono poche, pochissime parole, capaci di scavare come gocce: sempre uguali, sempre identiche, sempre le stesse. Parole vuote, prosciugate di qualunque minimo spessore che non fosse il loro ripetersi ossessivo. Parole che indicassero dove si trovasse il bene, dove il male, dove il pericolo. Non parole rivolte all’intelligenza, ma alla pancia.
Lo spettatore sa di conoscere già questa strategia è quella che usano alla tv e sui social Trump, Meloni, Salvini, Vannacci, Orban, dopo un secolo l’estrema destra ha raggiunto il potere allo stesso modo.
Sempre nel Mein Kampf, la guerra viene esaltata e vista come eccitante e necessaria “come negli scacchi ci sono molte pedine sacrificabili per salvare il re”. Oggi però, con la corsa al riarmo, non ci sono re da salvare, c’è un mondo, ci sono le pedine, che si devono svegliare da sole.
Il libro finisce la sua narrazione nel 1924, cento anni fa. Hitler “non voleva fare l’operaio”, è un uomo che assomiglia ai molti, si sente schiacciato dalla povertà e dalla società. Ad uno dei primi tilt del sistema capitalistico la risposta è stata la forza, la forza dei forti sui deboli, la lotta ad un nemico sbagliato.
Hitler rifiuta ogni forma d’aiuto e di cooperazione offerti dalla religione cristiana, ma più di tutto rifiuta la soluzione offerta da Marx e dalle sinistre, che senso ha richiedere eguaglianza se uno può vincere su tutti e quell’uno sono proprio io?
Sono pensieri che purtroppo vivono ancora in alcune pedine, che non comprendono d’essere tali e pensano che la vittoria di un valido Fuhrer possa far vincere anche loro.
Un libro, il Mein Kampf, che quasi cento anni fa, ha vinto sui 100 milioni di altri libri bruciati.
I libri, lo studio, l’arte, sono importanti, siamo noi a fare la differenza.
Dunque, consiglio questo spettacolo a tutti, in particolare ai ragazzi che vanno ancora a scuola e che hanno bisogno di costruire degli strumenti per riconoscere i pericoli, quelli veri come la guerra e le dittature, del mondo.
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