
In Italia il piatto piange, ma soprattutto a Sud. I bambini lo sanno. I dati lo confermano. E lo Stato non risponde.
Il tema delle mense scolastiche è uno di quelli che, in un Paese detto civile, dovrebbe animare il dibattito pubblico come una questione educativa, sociale, sanitaria e anche culturale. Ma in Italia le cose non vanno verso questa direzione. L’Italia è ancora un Paese dove nascere al Nord o al Sud può decidere se tuo figlio mangerà a scuola o se lo dovrai far correre a casa per un piatto di pasta, quando c’è.
È l’ennesima fotografia del divario che esiste e resiste: le mense scolastiche negate al Sud sono solo un’altra prova in un sistema scolastico che guarda con disinteresse chi ha più bisogno.
A denunciare questa realtà sono i dati freddi (e affamati) di un’indagine svolta per Oricon, l’Osservatorio Ristorazione Collettiva e Nutrizione. E quello che emerge è preoccupante: sei bambini su dieci non possono accedere alla mensa scolastica.
Esiste però un’Italia dove i bambini restano a scuola fino al pomeriggio, mangiano con i compagni, apprendono cosa significhi una dieta equilibrata. Poi c’è quell’altra Italia, quella che si celebra solo per il mare e il sole, dove alle dodici suona la campanella e si torna a casa. Sempre che qualcuno possa prenderli. Sempre che a casa ci sia qualcosa da mangiare.
Nei centri urbani più centrali, due famiglie su tre accedono alla mensa. Nelle aree periferiche la percentuale si ribalta: oltre il 60% dei bambini ne è escluso. È qui che si concretizza la grande frattura geografica che condanna intere generazioni a crescere con meno opportunità, meno tutele, meno diritti. La ristorazione scolastica, là dove c’è, diventa presidio educativo, momento di relazione e strumento per colmare divari sociali. Ma dove manca, e manca soprattutto nel Mezzogiorno, diventa solo l’ennesimo assassinio al riscatto sociale.
Non è solo questione di calorie anche se restano centrali per un adeguato sviluppo infantile. La mensa è molto di più. Per l’86% delle famiglie ha un ruolo educativo e di socializzazione, per l’83% garantisce un pasto nutrizionalmente bilanciato. Per chi lavora, è anche una salvezza logistica. Per i bambini, è spesso l’unico momento in cui sperimentare l’equità: tutti allo stesso tavolo, tutti con lo stesso pasto, nessuno escluso. Eppure, se sei nato nella regione sbagliata, questa esperienza semplicemente non ti è concessa. Laddove il servizio esiste, il 77% delle famiglie lo usa con convinzione. Questo ci dice che il problema non è culturale o di snobismo, ma strutturale. Nessuno rifiuta la mensa. È la mensa che rifiuta una parte del Paese.
Secondo i dati raccolti da Nomisma, un bambino su venti vive in povertà alimentare e quasi il 30% è in sovrappeso o obeso. C’è chi parla di autonomia differenziata e chi la vive già: autonomi nel non mangiare, nel non avere servizi, nel crescere con meno. “Mense scolastiche negate al Sud” dovrebbe essere il titolo di un’inchiesta parlamentare, non di un articolo. E invece è solo il riassunto di un Paese dove il welfare è una lotteria geografica.
Sottrarre il tempo pieno e la mensa significa sottrarre futuro. Non si parla solo di nutrienti, ma di diritti. E quando un servizio scolastico fondamentale manca sistematicamente nelle stesse zone del Paese, non siamo più di fronte a un disservizio, ma a un’ingiustizia istituzionalizzata. Siamo un Paese che non ha ancora deciso se i bambini meritano tutti le stesse opportunità. Intanto, a scuola, qualcuno ha il vassoio pieno. Qualcun altro ha solo fame.
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