
È trascorsa poco più di una settimana dal 4 marzo, giorno in cui la Francia ha inserito – come primo paese al mondo – il diritto all’aborto nella propria Costituzione: un giorno di vittoria per tutte le donne, non solo francesi; un giorno in cui la Francia ha dimostrato che certi diritti sono tutelati e inalienabili. In questo scenario il paese non si ferma, e dal diritto all’interruzione di gravidanza si passa a quello sul fine vita. Nel frattempo, l’Italia resta a guardare.
L’annuncio sembra esser arrivato come un fulmine a ciel sereno. In un’intervista ai quotidiani Libération e La Croix, rispettivamente di matrice di sinistra e cattolica, il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che nei piani del governo vi è un progetto sul fine vita, mettendo così in atto una promessa già fatta nel corso della campagna elettorale che l’ha visto trionfare. Il progetto di legge sarà presentato al Consiglio dei Ministri ad aprile e a maggio sarà analizzato davanti ai deputati dell’Assemblée Nationale.
Nonostante l’assenza di dettagli più o meno approfonditi, possiamo già estrapolare dalle parole di Macron i requisiti necessari per accedere alla pratica: essere pazienti maggiorenni «capaci di pieno e intero discernimento», affetti da «una malattia incurabile» con «prognosi che preveda decesso a breve o medio termine» e che subiscono «sofferenze refrattarie» a qualsiasi tipo di sollievo. In caso di parere favorevole dei medici, al paziente verrà prescritto un «prodotto letale» che potrà somministrare in autonomia o con l’aiuto di terzi.
Abbiamo già ampiamente discusso dei problemi dell’Italia e dei suoi cavilli legati al fine vita in articoli appositi, eppure, dinanzi a proposte di legge simili, non possiamo non riflettere sulle contraddizioni che, come al solito, caratterizzano il nostro paese. In Italia è possibile accedere alla pratica del suicidio assistito a partire dal 2019, ma soltanto con alcuni requisiti espliciti. Mentre l’Italia si trova sullo stesso piano della Francia per quanto concerne la piena facoltà d’intendere e di volere del paziente e la presenza di una malattia terminale portatrice di gravi sofferenze fisiche o psichiche, qui si aggiunge un ultimo requisito: la dipendenza da un trattamento di sostegno vitale. Così facendo, l’Italia sembra voler sottolineare che chi non dipende da un macchinario che tenga l’organismo in vita allora non merita di appellarsi a un diritto inviolabile: quello di scegliere.
La Francia non è un paese perfetto, né lo è il suo governo: ogni democrazia moderna, per quanto si sforzi, porta con sé luci e ombre che non possono essere ignorate. Ma in questo scenario, facendosi portavoce della necessità due diritti oggetto di fin troppe chiacchiere e discussioni quali l’aborto e il fine vita, ha impartito una lezione fondamentale all’Europa: che i diritti non sono un’arma di propaganda politica. Quando se ne parla lo si fa per tutti, indipendentemente dalla propria ideologia o dalla sedia su cui ci si siede in Parlamento. Il bene del popolo, di tutto il popolo, dovrebbe essere una priorità: questo, purtroppo, l’Italia deve ancora capirlo.
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