
Nelle ultime settimane il tema dell’immigrazione è tornato alla ribalta assumendo una piega inimmaginabile fino a qualche tempo fa. Mentre il Governo si lusinga per la diminuzione degli sbarchi, dimezzati rispetto allo stesso periodo del 2025, nella mattinata di venerdì il comitato “Remigrazione e Riconquista” avrebbe dovuto tenere una conferenza stampa per il lancio della raccolta firme della proposta di legge sulla “remigrazione”. Nonostante la questione sia diventata scottante, continuano a passare in sordina i naufragi avvenuti nelle ultime settimane nel Mediterraneo.
Il Ministero dell’Interno pubblica periodicamente il cruscotto statistico giornaliero in cui sono riportati i dati inerenti gli sbarchi registrati, che effettivamente rilevano una diminuzione rispetto lo stesso periodo dello scorso anno. Ma nei fatti si continua a morire nelle traversate. Rientrano, quindi, nelle statistiche esclusivamente i migranti che raggiungono la terraferma: si escludono così le decine di imbarcazioni partite dal Nord Africa nelle ultime due settimane mai arrivate a destinazione. Sarebbero, infatti, circa 380 le persone disperse nel Mediterraneo centrale salpate dalle coste tunisine nel pieno del ciclone Harry, che ha colpito molte aree del Meridione.
Cavalcando l’onda di odio e populismo innescata dal dibattito politico, gli sbarchi continuano a destare preoccupazione e il loro calo è interpretato come una vittoria politica e collettiva. A contribuire in parte alla diminuzione degli sbarchi provenienti in particolare dalla Libia, che per anni ha rappresentato il punto di partenza principale di numerosi imbarcazioni dirette in Europa, è stato il Memorandum Italia-Libia del 2017 siglato dall’allora Presidente del Consiglio Gentiloni. Mediante l’accordo, l’Italia si impegna a fornire sostegno economico, tecnico e logistico alla Guardia Costiera libica, che intercetta i migranti in mare e li riporta in Libia, impedendo loro di raggiungere l’Europa. L’accordo contribuisce alla riduzione degli sbarchi in Italia, ma nonostante sia duramente criticato da ONU e ONG per le gravi violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione libici e per il rischio di violazione del principio di non-respingimento, è stato rinnovato lo scorso anno.
Il termine “remigrazione” è diventato lo slogan dei movimenti di destra dell’Occidente e, allo stesso tempo, il manifesto di una società che non ricerca più soluzioni nella gestione ordinaria dei flussi, ma si affida a gesti plateali pensati per combattere coloro che sono additati come portatori di degrado. In Italia il comitato “Remigrazione e Riconquista”, fondato da CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani, sta trovando seguito in diverse piazze di tutta la Penisola e si dichiara pronta a proporre una proposta di legge su iniziativa popolare sul tema.
Di fronte alla crescente percezione di insicurezza, spesso alimentata in modo strumentale dalla cronaca che coinvolge cittadini immigrati, l’attuale governo rilancia la necessità di incrementare espulsioni e rimpatri. In questo solco si inserisce l’ultima stretta Piantedosi-Meloni, che limita l’uso dei fogli di via, finora concessi con sette giorni per lasciare il Paese, prevedendo la detenzione nei Cpr fino all’effettivo rimpatrio.
La visione distorta della realtà restituita dalla politica e dal giudizio di una frangia dell’opinione pubblica fa in modo che ci si dimentichi delle ragioni alla base della migrazione di intere comunità. All’origine del fenomeno, infatti, ci sono sei secoli di colonialismo e schiavitù impartiti dagli Stati europei mediante dinamiche imperialiste che piegano ancora oggi l’economia africana e sostengono regimi violenti. Non si può voltare faccia per ignorare il problema e tantomeno non è concepibile dimenticare il passato.
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