
Il movimento di Mesarvot, a Tel Aviv ha deciso di spegnere l’obbedienza e accendere il coraggio. Il 15 luglio, decine di ragazzi e ragazze israeliani hanno marciato contro il servizio militare obbligatorio. Al termine del corteo gli adolescenti hanno bruciato le convocazioni ricevute per arruolarsi nell’esercito. Niente slogan vuoti o proclami vaghi. La loro voce è chiara: «Non partecipiamo al massacro, resistiamo». “Mesarvot” è una rete di obiettori che rifiutano la leva come forma di dissenso politico contro l’occupazione e la violenza, l’apartheid ed il genocidio.
Il video della protesta ha fatto il giro dei social, mostrando ragazzi con lo zaino sulle spalle e lo sguardo fermo, pronti a pagare con il carcere pur di non sentirsi complici. “La maggior parte di noi sconterà mesi in prigione”, si legge in uno dei post pubblicati su X, eppure nessuno sembra aver paura, ma anzi consapevolezza della nostra fase storica.
Nelle loro parole e nei volti loro si legge una forza nuova, contagiosa: quella delle nuove generazioni. In un momento storico in cui anche pronunciare la parola “genocidio” può costare l’isolamento, loro la gridano con semplicità e determinazione. «Non cooperiamo con l’apartheid, né con il genocidio», ha detto uno dei ragazzi.
L’esempio che possiamo prendere da questi ragazzi e queste ragazze è chiuso dentro una frase che si sente pronunciare all’interno del video virale da uno di loro «Non vogliamo che il nostro nome sia legato a tutto questo». L’unica cosa che può differenziare la nostra epoca dagli anni Venti del secolo scorso è prendere posizione contro gli interessi dei potenti, adesso che abbiamo gli strumenti per conoscere dobbiamo agire ed organizzarci.
Questi giovani di Mesarvot non fuggono dalla realtà: ci mettono la faccia, il corpo, la fedina penale. In un Paese dove la leva è obbligatoria e ogni adolescente riceve l’ordine di arruolarsi subito dopo il diploma, dire no non è un atto qualunque: è una scelta morale, a rischio e pericolo proprio. Yona Rozman al DemocraTV ha dichiarato: «Mi rifiuto di arruolarmi perché Israele sta commettendo un genocidio a Gaza». Parole che pesano, soprattutto se dette da chi dovrebbe, per legge, imbracciare un fucile.
Quello di Mesarvot non è un gesto isolato, ma parte di un fronte civile che cresce. Sono giovani, ma già consapevoli del valore della responsabilità individuale. Non vogliono essere soldati per abitudine, ma cittadini per scelta. Il loro rifiuto non è codardia: è l’espressione più coraggiosa di un’etica in pericolo. Non si ribellano per moda o provocazione, ma per principio. In un tempo in cui indignarsi sembra inutile, questi ragazzi dimostrano che la coscienza non ha età e che a volte, per cambiare il corso delle cose è necessario dissentire.
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