
È finito nella polvere e negli insulti il tentativo di federazione di Carlo Calenda e Matteo Renzi: dopo essere convolati a nozze politiche in occasione delle elezioni di settembre scorso, i due leader sono finiti a dirsene di tutti i colori alla vigilia della fondazione del partito unico che avrebbe dovuto unire definitivamente le esperienze di Azione e di Italia Viva. Pare sia una questione di soldi quella che ha portato due dei politici più simpatici del paese a non parlarsi più: Calenda avrebbe messo a disposizione del nuovo progetto politico i fondi di Azione, Renzi avrebbe fatto invece marcia indietro.
È giunta al capolinea per gli spiccioli dunque un’altra esperienza politica, buona per assicurare ai suoi rappresentanti un posto in Parlamento ma non per rappresentare le istanze di quell’8% che aveva destinato al cosiddetto Terzo Polo i propri voti. La domanda infatti è questa: nell’Italia polarizzata del 2023, dopo una pandemia e con una guerra a 24 ore di macchina da Roma in corso, c’è ancora spazio per le diatribe politiche interessanti solo per i talk show e per chi ne è protagonista?
Non è un segreto: i nostri politici sono sempre stati storicamente i più lontani – quanto meno nella percezione dei cittadini – dai bisogni reali. Da destra a sinistra i nostri rappresentanti in Parlamento sono stati ricordati sempre per la vita mondana, per i patrimoni personali, per i privilegi piuttosto che per le battaglie in nome di quei cittadini che alle urne avevano accordato loro la propria fiducia. Se guardiamo agli ultimi 10 anni, poi, non mancano gli esempi di veri e propri “tradimenti” del mandato elettorale: nel 2013 il centrosinistra si candidava a “smacchiare” il giaguaro Berlusconi, salvo poi costituire il primo governo di grande coalizione con la carica di vice-premier affidata all’allora rampollo forzista Angelino Alfano.
Nel 2018 per non farci mancare nulla un aitante Matteo Salvini diede vita – su spinta del Movimento 5 Stelle, i quali però erano stati chiari sin dall’inizio – al cosiddetto governo giallo-verde, voltando le spalle senza troppi fronzoli agli alleati Berlusconi e Meloni. Un anno dopo il Partito Democratico non sarà da meno appoggiando il secondo governo a guida pentastellata dopo lo strappo del Papeete col Carroccio. Tutte queste alleanze, questi accordi hanno troppo spesso tradito l’evidenza mostrando come tante di queste mosse – alcune invero politicamente scaltre – servissero più alla politica e ai suoi rappresentanti per salvare loro stessi piuttosto che a dare seguito alle promesse fatte in campagna elettorale che troppo spesso non si sono trasformate in realtà ma che anzi si sono mutate in buoni propositi rimasti tali sugli opuscoli distribuiti durante la campagna elettorale. Insomma, a fidarsi dei nostri politici qualcuno direbbe che si perdono il tempo, l’acqua e il sapone.
Molti osservatori amano spesso dire che il Parlamento è lo specchio del paese: forse è vero. In qualche modo quegli scranni raccontano chi vorremmo essere o come vorremmo essere, ma troppo spesso non raccontano chi siamo. Mentre i nostri rappresentanti istituzionali trovano di anno in anno un modo per rimanere attaccati ad una – qualsiasi – poltrona, l’Italia in questi anni si è mossa lentamente ma inesorabilmente verso traguardi tutt’altro che rasserenanti. Dal 1976 al 2022 l’affluenza alle urne è calata da oltre il 93% a poco più del 60%, con un picco di perdita di 17 punti percentuali tra il 2008 e il 2023. Questo semplice dato ci parla di sfiducia, ci parla di lontananza dalla politica molto spesso dovuta alla politica stessa: qual è infatti l’interesse che può destare in un cittadino un dibattito riguardante il futuro politico di – per esempio – Pierferdinando Casini all’interno della coalizione di centrodestra o in quella di centrosinistra? Probabilmente molti giovani a questa domanda risponderebbero – a ragione – dicendo di non sapere nemmeno chi sia Pierferdinando Casini.
Ma se il dato sull’astensionismo tradisce l’immagine di un paese lontano dai battibecchi di Palazzo Madama, i dati più allarmanti sono quelli su povertà e disoccupazione, due delle piaghe che più di altre dovrebbero essere prese in carico dalle istituzioni. “Nel 2021, sono in condizione di povertà assoluta poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5% del totale da 7,7% nel 2020) e circa 5,6 milioni di individui (9,4% come l’anno precedente)”, questi dati arrivano direttamente dall’ISTAT e abbiamo ragione di credere che poco o nulla sia cambiato circa un anno e mezzo dopo. Eppure i governi che si sono susseguiti – Conte II, Draghi, Meloni – a parole erano tutti pronti a fronteggiare l’emergenza povertà, che tuttavia è rimasta appunto un’emergenza alla quale ci siamo tristemente abituati. Il tasso di disoccupazione si attesta sul 7,8% a livello nazionale e nello specifico al 22,1% tra i giovani, cifre allarmanti che se affiancate alla recente guerra alle misura di welfare – seppur non al riparo da criticità – come il reddito di cittadinanza e al fatto che ogni dato critico che riguarda il nord Italia al sud incontra un peggioramento ben oltre il preoccupante, la fotografia che ci viene restituita è di un paese ostaggio di due cose: da una parte problemi divenuti ormai atavici la cui risolvibilità appare ancora una meta lontana, dall’altra la sceneggiate parlamentari e televisive fatte di alleanze, contro-alleanze, smentite e promesse da marinaio.
Questa non vuol essere un’invettiva. Il compito dei cronisti è quello di riportare i fatti, quando glielo viene chiesto di esprimere i propri pareri e le proprie impressioni. Il compito di giudicare la politica spetta ai cittadini e alle cittadine nel loro insieme: sino ad oggi è stata l’opinione pubblica a portare in trionfo i politici o a cancellarli dalla storia, si prenda ad esempio in esame la parabola decadente di Luigi Di Maio. Il punto non è se Calenda, Renzi, Salvini o la Meloni piacciano o non piacciano agli italiani: il punto è che il nostro sarebbe senz’altro un paese migliore se chi ha l’ambizione di rappresentare i cittadini la smettesse di pensare a come tutelare sé stesso e cominciasse a pensare a chi gli ha accordato la fiducia per occupare un seggio in Parlamento.
Se dagli albori della Prima Repubblica i nostri politici avessero rivolto la loro attenzione al lavoro, ai giovani, alla cultura, al welfare, al futuro piuttosto che agli accordi con la Mafia, con le cellule eversive in odore di nazifascismo, con le lobby del cemento o semplicemente agli accordi tra di loro o con l’imprenditoria più priva di scrupoli che questo paese abbia mai conosciuto, chissà quanto sarebbe bella, libera, prospera questa penisola fatta invece di imbarazzi e di dichiarazioni a mezzo stampa buone solo per il gossip ed il clickbait.
A pensarci bene e a lungo potrebbe venirci da piangere, a tutti noi e forse persino anche a loro.
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