
Bong Joon-ho torna, con la risonanza mondiale che merita, acquisita dalla consacrazione ottenuta grazie all’Oscar per Parasite, con uno Sci-fi con tinte umoristiche dal tratto black. Mickey 17 è un film che, guardando all’antologia del regista coreano, ricorda Snowpiercer nelle ambientazioni, Okja nel’uso delle creature, e un qualsiasi altro film di Bong nelle tematiche, dando prova del fatto che un grande regista racconta storie diverse per parlare sempre della stessa cosa e trasmettere sempre la stessa poetica. Nel caso in questione, una poetica fatta di anti-capitalismo, ecologismo e lotta di classe.
Pianeta Terra, 2054. Mickey Barnes (Robert Pattinson) è un ragazzo che ha avuto la geniale idea, insieme al suo amico Timo (Steven Yeun) di aprire un negozio di macarons, e per farlo si è indebitato con un gangster usuraio. Fallito il negozio, Mickey ha come unica possibilità quella di scappare aldilà della Terra. Sono in corso degli insediamenti spaziali, capitanati dal politico fallito ed esaltato Kenneth Marshall (Mark Ruffalo), determinato ad instaurare una “razza pura bianca” nel pianeta di Niflheim.
Ma, senza alcuna certificazione e/o capacità, l’unico modo per Mickey di essere scelto tra le milioni di persone in liste d’attesa è quello di candidarsi come “sacrificabile” ovvero un membro dell’equipaggio pronto a rischiare la vita in esperimenti e missioni rischiose, senza paura di morire per poi rinascere “clonato”, con la memoria della vita precedente reinstallata. È stato infatti inventato un modo per replicare le persone una volta decedute, grazie ad una specie di fotocopiatrice che ridà vita a chi muore.
Da qui parte un racconto che esplora i temi dello sfruttamento, dell’ecologia, della soggiogazione sotto un potere politico rappresentato da un cretino, e dei motivi che ci portano ad accettare il fatto che un cretino sia a capo delle funzioni più importanti di un sistema, e che ci portano a fottercene di ciò che c’è dietro quel sistema. L’accostamento a Moon, il capolavoro di Duncan Jones, viene naturale. Ma l’ultima opera di Bong Joon-ho si discosta leggermente da quella del regista britannico, facendo un uso molto più pronunciato del genere, dai toni grotteschi alla svolta finale di azione pura, girata in modo eccelso, senza mai scadere in orpelli hollywoodiani.
Robert Pattinson dà prova di essere un attore in costante decostruzione, incredibile nella sua capacità di sembrare due persone diverse in funzione del personaggio, e nel suo coraggio, nel mostrare il suo sudore, il suo culo, i finti denti storti. Se la prova del 9 di un attore è la sua predisposizione a sporcarsi e ad imbruttirsi, Pattinson si dimostra uno dei migliori, se non il migliore, della sua generazione. Mark Ruffalo è evidentemente nato per interpretare ricchi e viscidi bigotti borghesi, poiché dopo la prova magnifica in Povere creature, ci delizia con una replica in salsa ancora più estrema.
Toni Collette, che interpreta Ylfa, la moglie di Ruffalo, suggella un clima in cui a nessuno frega nulla delle questioni etiche, sociali e politiche, preferendo bisogni molto più superficiali, come quello di poter fare una cosa a 3, di avere un toyboy a sua disposizione, di poter spacciare liberamente senza paranoie, o, come la nostra Toni, di creare la miglior salsa mai fatta. Un clima di ignoranza pura, che ha poco di iperbolico e molto più di allegorico.
La persistente reiterazione della scena in cui Mickey esce dalla stampante senza che sia stata posizionata la pedana dagli scienziati, impegnati a giocare, è sintomo di un’epoca in cui il valore della dignità umana è sempre più opaco, sempre più abbandonato in ragione del fatto, paradossalmente, che lo si dà per assodato. L’era in cui viviamo è la prima in cui ci siamo convinti che il lavoratore, seppur affetto da rapporti di potere che poco hanno di dissimile da quelli delle ere precedenti, sia libero in modo assoluto. E proprio in nome di questa fantomatica libertà assoluta, la si è assegnata anche all’altro fattore dell’equazione nel rapporto di potere, il padrone, creando appunto il paradosso predetto.
Ed infatti, nel futuro di Mickey 17, il valore della dignità dell’essere umano è diventato tema talmente irrilevante, che la questione viene liquidata facilmente, non reputando più Mickey un essere umano. Mickey è carta straccia, rifiuto, una fotocopia stropicciata con cui si è liberi di fare qualsiasi cosa.
E Mickey, (o meglio una parte di Mickey, quella che per quasi tutto il film è preponderante) è complice di questo rapporto, incolpandosi per cose di cui non ha colpa, e convincendosi che tutto ciò faccia parte della sua “punizione esemplare”. Un simbolo di quella parte di noi che accetta passivamente ciò che gli accade, per far finta che non ci sia nulla di strano, per paura di prendere in mano la propria vita; o semplicemente per pigrizia, perché se si ha un pasto davanti 2/3 volte al giorno va già bene così, non c’è bisogno di pensare che forse meriterei di più; e così, si legittima chi al contrario ha pasti in abbondanza, e non si preoccupa di dare qualcosa di meglio a chi è sotto di lui, qualcosa di meglio di “papponi pre-cotti”.
Ecco perché i Kenneth Marshall prosperano, perché «è quello che vuoi, è quello che vogliono tutti». Ecco perché risulta molto più facile empatizzare con Mickey 18, con tutta la sua pazzia. Perché consapevoli del fatto che la sua pazzia sia causata dal sistema che lo circonda. Uno schizzato di mente che forse non è schizzato, ma solo più consapevole del sistema marcio in cui è imprigionato, e più coraggioso nel distruggerlo.
Con questo non si intende dire che in questo mondo è preferibile essere Mickey 18 anziché Mickey 17. Mickey 18 è in ogni caso uno psicopatico violento, tossico perché tossica è la società che lo ha creato, e quindi non perfetto. E non dovremmo essere Mickey 17, per i motivi prima elencati. La risposta ce la dà il film stesso. Non dovremmo essere nessuna numerazione di Mickey, né quello lagnoso, né quello stupido, né quello violento. Basterebbe che tutti si ricordassero di essere degli esseri umani, trattarsi e trattando gli altri come tali, e lottando per far sì che tutti lo siano. Basterebbe che tutti fossero Mickey Barnes.
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