
M.B. è sbarcato a Napoli il 6 febbraio del 2023, a bordo della nave dell’organizzazione non governativa Sea-Eye. L’ONG aveva individuato e soccorso il gommone sul quale viaggiava assieme ad altre 64 persone e di cui, secondo le testimonianze raccolte dalla polizia giudiziaria subito dopo allo sbarco, sarebbe stato alla guida.
Da quasi un anno, M.B. è in custodia cautelare in carcere, aspettando il verdetto di un processo per cui rischia fino ai 12 anni di reclusione. La sua colpa, racconta, è quella di aver iniziato a guidare il gommone su cui si trovava, dopo l’abbandono in mare da pare dei trafficanti. Ha salvato da morte certa decine di persone, spiega in aula, ma in Italia rischia di essere condannato per favoreggiamento all’immigrazione clandestina. L’arresto avviene sulla base di foto e testimonianze che lo identificano alla guida dell’imbarcazione, seppure gli altri migranti a bordo abbiano affermato di aver pagato per il viaggio un altro uomo, di origine libica, non riconosciuto tra gli sbarcati. Come Informare, seguiamo ed assistiamo al suo processo con la volontà di fare luce sulla qualità della giustizia offerta dai tribunali italiani ai migranti. Quello che ci troviamo di fronte è uno scenario distopico, fatto di mezzi inadeguati e di norme e prassi discriminatorie.
I migranti in Italia non hanno diritto ad un processo equo. È questa la realtà che ci siamo trovati di fronte. Tra gli elementi che intralciano la giustizia, in questo caso come in troppi altri, vi sono la scarsità e l’inadeguatezza degli interpreti messi a disposizione dai tribunali. Il giudice che non si affida ad una comprensione ed interpretazione pedissequa dei propri testimoni, infatti, rischia di commettere un falso.
Il diritto all’interprete per imputati e testimoni stranieri, previsto dal Codice di Procedura Penale, viene scarsamente tutelato dai tribunali attraverso il ricorso, spesso anche ritardato, a traduttori non specializzati. Nei confronti dei migranti questa problematicità si accentua oltremisura. Non si tiene conto, infatti, che reperire un interprete della lingua ufficiale del Paese di provenienza dello straniero, per molti cittadini dell’area medio orientale o africana, non è sufficiente. Per chi è esperto dell’ambito linguistico è ben noto che una lingua come l’arabo, ad esempio, non è standardizzabile, in quanto essa si compone di dialetti non mutualmente comprensibili. Un altro caso estremamente attuale è quello dell’African English, che per diversi Paesi africani è fornito di un dizionario ad hoc e per la cui traduzione sarebbe necessario il ricorso ad interpreti specializzati. Non prendere atto di queste difficoltà rende l’escussione del teste estremamente farraginosa, causando uno scollamento tra verità sostanziale e verità processuale.
Eppure, di interpreti a disposizione dei tribunali, ce ne sono in gran quantità. L’Onlus CIDIS (Centro di Informazione Documentazione ed Iniziativa per lo Sviluppo), ad esempio, offre da più di trent’anni un servizio costante di mediatori culturali specializzati a chiamata per supportare i servizi pubblici di diverse Regioni, tra cui la Campania. Cosa renda così precario il rapporto tra Tribunali ed interpreti è poco chiaro anche a loro, come ci spiega Alessandra De Luca, operatrice del Centro. Quello che fa la differenza nel loro lavoro è proprio il ricorso ai mediatori, con competenze assai più ampie di quelle limitate alla traduzione linguistica. A spiegarcelo è la stessa Alessandra.
«Il mediatore culturale è un ponte tra due persone, le deve avvicinare accorciando il gap legato a incomprensioni linguistiche e a differenze culturali legate a usi, costumi, tradizioni e burocrazie molto diverse. La mediazione culturale tout court va ben oltre il supporto linguistico. Quando selezioniamo i nostri mediatori preferiamo sempre che siano persone con un background migratorio, questo perché la formazione non basta a nostro avviso. Ci deve essere una componente esperienziale che consenta a queste persone una conoscenza della tradizione del paese dell’utente che deve fruire della mediazione. Negli elenchi del tribunale tante volte convergono le due figure, ma la figura del mediatore non è richiesta per Legge».
Ad inficiare il percorso della giustizia c’è un altro fattore di rilevanza fondamentale: la confusione mai istituzionalmente chiarita tra la figura del trafficante e quella dello scafista. Il trafficante è colui che lucra sui flussi migratori, organizzando dietro l’auto pagamento l’ingresso irregolare dei migranti e non fornendo loro, come ci insegnano le vicende tragiche degli ultimi decenni, alcuna garanzia minima di sopravvivenza. Lo scafista, etimologicamente, è colui che regge lo scafo: l’individuo che, durante il tragitto marittimo, si trova effettivamente alla guida dell’imbarcazione. La sovrapposizione di quest’ultimo termine a quello di trafficante è lo specchio dell’identica sovrapposizione esistente nel campo penale italiano. Essa non tiene conto del fenomeno ormai quasi sistematico che vede i migranti diventare “scafisti di necessità”, dopo l’abbandono in mare da parte dei veri trafficanti. A narrare con efficacia la storia di un episodio corrispondente è il regista Matteo Garrone, con il suo “Io Capitano”, che con il suo enorme successo sta forse riuscendo a smuovere qualcosa nell’opinione pubblica. Seppure la vicenda rispecchi l’esperienza di molti, però, non si può dire certamente altrettanto del suo lieto fine.
Ai sensi del nostro diritto questo aspetto è regolato dall’articolo 12 del Testo Unico sull’Immigrazione del ’98, recentemente aggiornato con una normativa ancora più stringente e discriminatoria dal governo Meloni. Questo prevede fino ai 16 anni di detenzione e multe fino a 25’000 euro per individuo trasportato per coloro che sono identificati come rei di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Le pene possono arrivare fino all’ergastolo nel caso di morti in mare durante il trasporto. È imputato di questo reato chiunque promuova, diriga, organizzi, finanzi o effettui il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato atti a procurarne illegalmente l’ingresso. È proprio il testo di legge, dunque, a mancare di una necessaria distinzione tra questi ruoli.
La prassi che ne deriva per quanto riguarda gli sbarchi in Italia prevede quindi un intervento immediato della Polizia Giudiziaria, che agisce attraverso interrogatori ai migranti nel tentativo di risalire al conducente dell’imbarcazione. Una volta ottenute le prove necessarie si procede direttamente all’arresto dell’imputato, data la mancanza di domicilio che rende la custodia in carcere l’unica misura cautelare presa in considerazione.
Secondo il rapporto del 2021 “Dal mare al carcere” di ARCI Porco Rosso e Alarm Phone, dal 2013 sono più di 2500 in Europa i migranti arrestati perché identificati come scafisti in processi sommari. Arresti che, a quanto pare, non hanno avuto alcun successo nello scalfire le organizzazioni criminali alla base del traffico. Questo accade perché, come denunciano questi enti, invece di indagare le grandi organizzazioni si processano i migranti.
Questi dati rendono doverosa, da parte dell’Italia e dell’Europa tutta, una presa di coscienza definitiva del fatto che i trafficanti hanno ormai cambiato modus operandi. L’ostinazione della Giustizia italiana ad ignorare questo dato storico nasconde al suo interno, neanche troppo velatamente, la precisa volontà di trovare un colpevole a tutti costi, nell’illusione di ottenere un risultato nella repressione degli sbarchi. Ma la lotta all’immigrazione irregolare non si fa così. E in fondo questo lo sa bene l’Italia, che sceglie consapevolmente di voltare le spalle di fronte alle condizioni disumane dei migranti e strizza l’occhio alla Libia con accordi ormai decennali. Inizia già dai primi anni del duemila, infatti, con il noto flirt Berlusconi-Gheddafi, la storia della profonda amicizia italiana con il governo criminale libico. Non sono bastati i racconti delle prigioni a cielo aperto, delle percosse, delle violenze sessuali. L’Italia ha chiuso gli occhi e continua a farlo, negando la sua responsabilità di riconoscere e sanare il frutto di un crimine al quale contribuisce. Preferiamo piuttosto criminalizzare le stesse vittime, gettate in pasto ad una giustizia sommaria ed imprecisa, ma estremamente rassicurante per l’opinione pubblica.
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