
Il panorama legislativo degli Stati Uniti si arricchisce di un’altra pietra miliare con l’approvazione di una legge pionieristica in Florida, che impone forti limitazioni all’uso dei social media da parte dei minori. Firmata dal governatore Ron DeSantis, questa legge, approvata sia dalla Camera che dal Senato, è destinata a ridefinire il modo in cui i giovani accedono e utilizzano le piattaforme digitali.
Le restrizioni introdotte sono tra le più severe nel paese e anticipano una possibile ondata di regolamentazioni simili in altri stati. In particolare, la legge vieta ai minori di 14 anni di accedere ai social media anche con l’autorizzazione dei genitori. Inoltre, i giovani di 14 e 15 anni potranno utilizzare Internet solo sotto la supervisione di un adulto e previo consenso.
Le piattaforme interessate dovranno adempiere a una serie di obblighi, tra cui l’eliminazione dei profili già creati dai minori. Il mancato rispetto di queste disposizioni comporterà multe fino a 50 mila dollari per ogni profilo rinvenuto. Sebbene le piattaforme interessate non siano esplicitamente nominate, vengono fornite alcune caratteristiche identificative. Infatti, rientrano in queste disposizioni legge tutte le piattaforme che abbiano il 10% degli utenti attivi che ha meno di 16 anni di età e che passa almeno due ore al giorno su queste piattaforme. Esse hanno come caratteristica peculiare il fatto di creare dipendenza attraverso la loro struttura, come ad esempio la presenza della possibilità di fare scrolling infinito e la presenza delle notifiche push.
La legge risponde a una crescente preoccupazione riguardo all’impatto negativo dei social media sulla salute mentale dei giovani. Disposizioni volute da entrambe le parti statunitensi, sia repubblicane che democratiche. L’uso e l’abuso delle piattaforme digitali sono stati associati a una serie di problemi psicologici, tra cui ansia, depressione e disturbi alimentari.
Gli Stati Uniti hanno visto un significativo aumento di casi di depressione e ansia tra i giovani, del 50% a partire dal 2010, periodo di transizione dei primi social network. Il World Happiness Report ha documentato un abbassamento della felicità dei giovani occidentali in Europa. Tra le cause di questo mal de vivre ritroviamo le crescenti disuguaglianze economiche, la tematica della precarietà ma anche e soprattutto l’abuso di internet.
Nell’epoca del pubblico e dei social media questo malessere alla vita è ottimamente cammuffato: storie, filtri, vacanze, nascondono le nostre emozioni vere e incorniciano un quadro di finzione oltre il quale ci risulta impossibile riconoscerci e riconoscere gli altri. L’idea di sottrarsi a questo confronto, di sottrarsi dal donare l’immagine pubblica di noi, genera ansia e sfiducia verso noi stessi. In un prodotto perfettamente confezionato siamo pubblicità di altra pubblicità: pubblicità di posti in cui andare in vacanza, di vestiti da comprare, di idee da sostenere.
Le principali vittime di questo malsano gioco sono i giovani, ma soprattutto le giovani adolescenti. La pubblicità, lo sviluppo e l’incoraggiamento di abitudini consumistiche che generano dipendenza riguardano prettamente loro. In un mondo di comodità, come facciamo a non sentirci usurpatori dell’infelicità? Abbiamo noi, giovani privilegiati europei, il diritto all’infelicità? Il diritto alla rabbia? Il diritto allo scomparire dal mostrarci ossessivamente, dal dimostrare incessantemente?
Tuttavia, non tutti accolgono favorevolmente questa legislazione. Net Choice, ad esempio, critica la legge definendola incostituzionale in quanto richiederebbe alle persone coinvolte di divulgare ulteriori informazioni sensibili per accedere a informazioni generali. Il dibattito su come implementare efficacemente queste restrizioni e garantire la sicurezza dei giovani online è aperto e coinvolge anche questioni riguardanti la privacy e la libertà di espressione.
Nonostante le critiche, la nuova legge della Florida segna un passo significativo nella regolamentazione dell’uso dei social media da parte dei minori, sollevando importanti interrogativi su come bilanciare l’accesso alla tecnologia con la protezione della salute mentale e della privacy.
di Valeria Marchese
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