
Trattare un argomento come la nomofobia può risultare banale, ma in pochi conoscono davvero tutte le dinamiche legate all’utilizzo degli smartphone da parte dei giovani. L’idea di trattare quest’argomento l’ho avuta inseguito ad un’esperienza personale. Per due settimane ho dovuto utilizzare il cellulare solamente mentre era in carica; di conseguenza, mi sono ritrovato a chiedermi se effettivamente fosse un pro o un contro il fatto di non poterlo usare. Non siamo più abituati a guardarci intorno, ad analizzare la concretezza della vita e a combattere la noia senza tecnologia.
Tutti i giovani fanno un uso continuo di cellulare, ma quand’è che diventa abuso? La dipendenza da smartphone si definisce con il termine “nomofobia”. I giovani italiani passano in media tra le tre e le sei ore con il cellulare, molti superano le quattro ore, con addirittura un 27% che arriva a più di sei ore giornaliere. A causa di questo dato si sviluppa quel fenomeno conosciuto come “vamping notturno”, l’abitudine di non voler andare a dormire per utilizzare smartphone, influenzando i campi della scuola, dell’irritabilità e della scarsa concentrazione.
Passare tutto questo tempo con gli occhi puntati sullo schermo comporta anche delle conseguenze fisiche e mentali; nel primo caso con problemi oculari, mal di testa, postura scorretta e stanchezza cronica, nel secondo con ansia e stress, insonnia e bassa autostima legata ai social network. Bisognerebbe alzare un po’ di più gli occhi sullo scenario della vita reale al posto di abbassarli verso uno schermo e, se non lo si capisce in fretta, saremo in serio pericolo.
di Claudio Longobardi
“Lavoro”: parola chiave del primo articolo della nostra Costituzione. Che sia un valore anche per noi giovani è più che certo, ma quanto e come crediamo in esso se sempre più spesso chi dovrebbe tutelare tali valori ostacola la Costituzione, che, proprio dal lavoro, ha iniziato a porre le basi per la sua affermazione? Mi spiego meglio: l’idea che abbiamo di lavoro è consequenziale all’immagine che il mondo “affermatosi” ci trasmette di esso, a quanto sia importante questo per le generazioni più adulte.
A mio avviso, il lavoro è il diritto-dovere per eccellenza, secondo solo all’istruzione, che è quella che consente di svolgerlo come si deve e che ci rende cittadini liberi. Ma anche qui, chi è cresciuto ricco, con un’idea di lavoro piramidale e meschina, non ne riconosce l’importanza: l’importante è lavorare, inteso come produrre. Il lavoro è la base di responsabilizzazione di un essere umano e, in quanto giovane, sono pronta ad accoglierlo e renderlo parte della mia vita, seppur consapevole di volergli dare un’accezione differente da quella che gli adulti mi mostrano.
Il lavoro è possibilità, è scelta e obbligo, è funzionale per tutti, è stimolante per chi lo compie. Per crescere affermando questo valore è però essenziale che nel lavoro si veda realmente tutto questo, e non una macchina per produrre più soldi che finiranno nelle tasche di ricchi e grassi uomini che, di lavoro, ne avranno fatto ben poco, a discapito di chi ha sudato per un impiego. Continuerò a credere nel lavoro perché ho fiducia nel fatto che costruiremo un mondo in cui non ci accontenteremo, seppur ricchi dentro, ma al contempo pesante per la società.
di Sole Funaro
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