
Il Progetto Prisma – Associazione di Promozione Sociale – promuove lo sviluppo dei nostri territori attraverso politiche attive in ambito di lavoro, salute e ambiente. Sin dalla sua costituzione, favorisce il dialogo tra cittadini ed istituzioni attraverso diversi sportelli di ascolto istituiti in diverse sedi.
L’associazione è un Ente del Terzo Settore riconosciuto dal Ministero delle Politiche sociali e dalla Regione Campania. In tutta Italia ci sono solo 160 associazioni che fanno parte dell’unar. Per il sostegno del Mistipé (termine ROM che significa sostegno e fratellanza), ad esempio, è stato autorizzato dal ministero da sole 26 associazioni, tra cui la nostra.
Questo è il primo anno in cui si organizza questo evento di sensibilizzazione per le comunità rom, ma è previsa la cadenza annuale.
È stato difficile il cercare di non cadere in stereotipi?
«La prima cosa da fare era studiare, la loro storia, le loro usanze, la loro cultura, le loro velleità artistiche fino ai motivi delle loro discriminazioni. Si pensi solo che queste etnie erano ghettizzate dagli ebrei all’interno di Auschwitz stessa! Erano il ghetto del ghetto».
Progetto Prisma si fa sostenitrice di questa situazione: dare una residenza, anche virtuale, per poter essere identificati ed avere diritti! La vera integrazione è possibile solo quando si hanno diritti: possono essere fatti valere solo avendo documenti italiani o comunque riconosciuti. Condizione necessaria per una qualsiasi validità di un documento è la residenza.
«La base dei diritti sono i documenti, loro non possono avere diritti perché non hanno diritto ai documenti. Progetto Prisma si fa sostenitrice di questa situazione. Dare residenza è la vera chiave per l’integrazione di questa etnia».
Le foto di questa mostra sono state scelte sulla base di quale criterio?
«Le foto hanno 4 macro aree
Chi è riuscito ad integrarsi è perché nasconde la propria etnia, ci sono impiegati negli uffici pubblici ecc. che non dicono di essere rom. Ancora oggi le associazioni devono sentirsi rifiutate delle istituzioni, soprattutto dalle scuole che dovrebbero accogliere i bambini all’insegna della fratellanza e condivisione, come ci spiega Luigi: «Abbiamo chiesto ospitalità in delle scuole per poter installare la mostra, ma ci siamo visti rifiutati. È una cosa che dispiace, ci hanno negato l’accesso per paura che potessero entrarci persone della comunità rom. Ci sono scuole ancora oggi che non accolgono tutti. Avevamo addirittura organizzato un ‘mini premio’ che avvicinasse all’inclusione i bambini per tutte le classi. Ecco perché poi a volte le associazioni si trovano in difficoltà, c’è chiusura in queste cose. Una scuola non dovrebbe rifiutare progetti simili, che aiutano i bambini a stimolare verso queste tematiche. Queste strutture dovrebbero aprire le porte e invece le chiudono».
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