
In Italia, circa il 79% delle donne subisce il fenomeno del cat-calling prima dei 17 anni. A Castel Volturno, una donna che si trova a percorrere da sola la via Domiziana diventa spesso vittima di episodi di molestie e cat-calling. Questo avviene a qualsiasi orario del giorno e della notte.
Quante mamme vanno a fare la spesa e quante giovani ragazze tornano da scuola percorrendo a piedi la Domiziana? Eppure, vengono importunate, a volte fino a sfiorare la violenza. L’esperienza di una giovane professionista di Castel Volturno può forse aiutare a comprendere questa situazione che coinvolge tante di noi.
«Ne ricordo uno in particolare. Mi trovavo sulla fermata del pullman all’uscita del Villaggio Coppola, di fronte via Veneto (ex via Porchiera) per intenderci. Quella giornata era particolarmente piovosa. Sarei potuta tornare a casa per il maltempo, ma decisi comunque di aspettare il pullman perché avevo un’importante lezione per un esame. Il tempo passato su quella fermata fu interminabile, reso tale anche perché tanti uomini di ogni età e genere che passavano, lanciavano commenti anche pesanti, inviti espliciti, nonostante la presenza di altre persone. Alcuni mi riconoscevano ed io riconoscevo loro, persone magari incontrate la domenica in chiesa.
Non era un’offerta di aiuto, ma piuttosto una richiesta di prezzo: dal tono della voce e dai loro sguardi mi rendevo conto di ciò che avrebbero voluto. C’è stato un momento particolare in cui ho avuto paura. D’improvviso, l’ennesimo uomo che si fermò per offrirmi un passaggio, non contento della mia risposta negativa, scese dalla macchina e mi venne incontro con aria minacciosa. In quel momento il mio cuore iniziò a battere forte, ero impaurita all’idea che stesse per avvicinarsi, che avrebbe potuto usare la forza per trascinarmi in macchina con tutta la violenza possibile: ci separavano pochi metri, pensavo a cosa sarebbe potuto succedere in quella frazione di secondi.
Eppure, l’istinto di sopravvivenza fu più forte e mi aiutò a reagire; iniziai ad urlare con tutta la forza che avevo: “Se ne deve andare, se ne deve andare!”. Solo di fronte a quelle urla l’uomo risalì in macchina ed andò via, ma ancora oggi mi chiedo cosa sarebbe successo se non avessi urlato. Da quel momento ho sofferto di crisi di panico».
«La risposta è semplice: è stato il momento in cui ho compreso che sarebbe potuto succedere qualcosa che avrebbe cambiato per sempre la mia vita. Da una “semplice” molestia ne sarebbe potuto scaturire qualcosa di molto più grave. Di questo avvenimento mi ha colpito l’indifferenza di quanti si trovavano sulla fermata con me: nessuno ha deciso di aiutarmi. È l’indifferenza l’offesa più grave».
«Una donna deve sentirsi al sicuro in ogni luogo ed ogni circostanza. Non è possibile subire molestie come se fosse una cosa normale. Se ci fossero più Forze dell’Ordine a presidio delle donne, probabilmente per certi uomini ciò costituirebbe un deterrente».
«Probabilmente perché c’è una mentalità ancora chiusa e maschilista. E se denunci devi subire spesso sorrisini e commiserazione, mai giustizia». Come poter parlare di emancipazione e parità di genere se in situazioni di normale quotidianità, in una società piccola come la nostra dove tutti ci conosciamo, una donna è esposta a questa violenza che lascia comunque ferite profonde come insicurezza e paura? Gli apprezzamenti maschili non sono quasi mai complimenti, ma atti di forza e di violenza che purtroppo si svolgono sotto gli occhi indifferenti di tutti.
Tutte siamo sorelle o madri di qualcuno, ed ogni uomo dovrebbe vedere in noi queste figure. È da qui che nasce il disprezzo e la mercificazione delle donne: siamo oggetti da comprare, usare e gettare, non abbiamo alcun valore, solo un prezzo.
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